GLI ANNI DI PIOMBO E IL PADRE-BERSAGLIO VISTI DA UN BAMBINO: NELLE SALE “PADRENOSTRO” CON FAVINO PREMIATO A VENEZIA
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GLI ANNI DI PIOMBO E IL PADRE-BERSAGLIO VISTI DA UN BAMBINO: NELLE SALE “PADRENOSTRO” CON FAVINO PREMIATO A VENEZIA

Continuo a pensare che si sarebbe reso un miglior servizio al film non promuovendolo in concorso alla recente Mostra di Venezia. Ma è pur vero che “Padrenostro”, scritto e diretto di Claudio Noce, è l’unico ad aver portato a casa un premio, sia o meno di consolazione: la Coppa Volpi a Pierfrancesco Favino, l’attore del momento, qui pure coproduttore. Il film esce oggi, giovedì 24 settembre, con Vision Distribution, cioè Sky, e magari, fuori dall’agone festivaliero, dove tutto è più nervosetto, il pubblico pagante troverà motivi di interesse nei confronti di questa dolorosa storia incisa sulle pelle del regista. 

Noce, classe 1974, assicura che il suo non è “un film sugli anni di piombo, bensì sull’archetipo del padre, su una generazione di bambini invisibili, avvolti dal fumo delle sigarette degli adulti”. Tuttavia la storia, come saprete, pesca in fatti reali, crudeli, avvenuti in quella fetida stagione “ideologica” legata agli anni Settanta. Il papà del regista, Alfonso Noce, all’epoca vicequestore a Roma, fu obiettivo di un commando dei Nuclei armati proletari nel dicembre 1976: se la cavò per il rotto della cuffia (rimasero sul terreno un poliziotto e un attentatore). Spira dunque un’aria di famiglia.

Ripercorro velocemente la trama. C’è un bambino di dieci anni, Valerio, biondo e solitario, dedito a fantasticare, che vede tornare a casa dall’ospedale, miracolosamente, il padre giudice colpito da tre colpi di Kalashnikov alla schiena. Niente sarà come prima in famiglia; infatti il ragazzino sprofonda in un mutismo aggressivo, e solo l’incontro col misterioso Christian, di poco più grande, sfrontato, ribelle e randagio, sembra ridargli il sorriso. Sarà un incontro casuale? Intanto l’estate incombe: così il giudice porta moglie e figli giù in Calabria, dov’è nato, per una vacanza ristoratrice, tra pranzi, bagni e parenti, pure per sfuggire a quel clima di cupa tensione. Ma certi fantasmi, si sa, sono duri a scomparire…

Non diversamente da quella filmata da Andrea Segre con l’intimo “Molecole”, anche questa di Noce è una sorta di amorosa lettera a un padre silenzioso e magnetico insieme, troppo preso dal lavoro per esserci.

Tuttavia, benché incisa sulla pelle viva dell’autore, la vicenda procede ondivaga e sbilenca, suggerendo a tratti che Christian sia un amico immaginario, frutto di una sorta di allucinazione: e su questo equivoco gioca il film. A me pare che Noce non abbia trovato lo stile giusto, specialmente la misura espressiva, nel rievocare questa pacificazione padre-figlio vista con gli occhi di un bambino; anche se quel titolo, “Padrenostro”, moltiplica la prospettiva, fuori da ogni riferimento religioso alla preghiera.

Per i miei gusti c’è un eccesso di scene madri, ad alto tasso simbolico, con corredo di situazioni urlate, un po’ artificiose. Penso all’uso della musica: ora solenne e grave da oratorio sacro, ora in stile Salvatores, con l’usurata “Impressioni di settembre” della Pfm ripetuta due volte con lo stesso crescendo emotivo in vista del mitico refrain (e a non dire della sparatoria in flashback al suono di “Buonanotte fiorellino” di De Gregori). 

I due ragazzini sono bene incarnati da Mattia Garaci e Francesco Gheghi, la mamma in pena è Barbara Ronchi, la superstar Favino porta i basettoni, le cicatrici sulla schiena e parla talvolta in calabrese stretto. È sempre bravo, ma direi che abbia fatto di meglio al cinema (però è in arrivo la copertina di “7” con dentro una torrenziale intervista all’attore firmata da Walter Veltroni). 

Michele Anselmi per SIAE

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