GIOVANNI VERONESI TORNA BAMBINO 20 ANNI DOPO “IL MIO WEST” PER NATALE I SUOI MOSCHETTIERI TRA OMAGGI E FRECCIATINE
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GIOVANNI VERONESI TORNA BAMBINO 20 ANNI DOPO “IL MIO WEST” PER NATALE I SUOI MOSCHETTIERI TRA OMAGGI E FRECCIATINE

C’è pure il nome di Marco Giusti in una delle croci piantate nel cimitero che appare nel finale di Moschettieri del re - La penultima missione; un po’ come fece Tinto Brass in Miranda, mi pare, con Tullio Kezich e Callisto Cosulich. Un giochino per pochi, forse una frecciatina. Ma non credo che Giovanni Veronesi, che è un toscano leale e sarcastico, a tratti anche cinico, abbia particolari motivi di risentimento nei confronti del critico stracult di Dagospia. Del resto tutto il film, che esce subito dopo Natale, il 27 dicembre, targato Vision Distribution, si diverte a mischiare le carte all’insegna del divertimento fantastico, tra cinefilo e infantile.
Qualcosa del genere Veronesi aveva già fatto nel 1998 con Il mio West, costruito addosso al deboluccio Leonardo Pieraccioni, benché fossero della partita due pezzi da novanta come David Bowie e Harvey Keitel; vent’anni dopo, per restare a Dumas, eccolo invece misurarsi col mito dei “Tre moschettieri”, che poi sono quattro. Lo sguardo è nostalgico, anche buffo, dialettale, a volte si ha la sensazione di assistere più a una parodia del Quartetto Cetra o del Trio che ai recenti tentativi di risuolare la leggenda. Nel 2011, ad esempio, ci provò Paul W.S. Anderson con I tre moschettieri in chiave fantasy.
Veronesi non imita nemmeno il Bertrand Tavernier dell’apocrifo La figlia di D’Artagnan, che fu pensato per Riccardo Freda e poi diretto dal cineasta francese. Lui mischia e inventa, partendo dall’idea di rendere i quattro moschettieri dei supereroi ante-litteram, con un occhio a 007 (c’è una specie di “mister Q” addetto alla dotazione speciale), un altro ai film umoristici di cappa e spada girati da Richard Lester, più strizzatine d’occhio musicali in libertà: da Prisencolinensinainciusol di Celentano a Moschettieri al chiaro di luna di Paolo Conte.
Vai a sapere se il riferimento ai poveri ugonotti perseguitati dal sadico e mellifluo cardinal Mazzarino abbia qualcosa a che fare con i migranti del mare oggi demonizzati dal ministro Salvini o con le nuove “guerre di religione”in atto nel mondo; ma certo tutto fa brodo in questa reinvenzione che culmina «in un colpo di scena destinato a capovolgere la prospettiva» (Veronesi dixit).
Chi ha visto il trailer, avrà capito il tono generale. Siamo “suppergiù” nel 1650, in una Francia dai colori e paesaggi visibilmente lucani: la regina Anna d’Austria, tra un bicchiere e l’altro, governa nell’attesa che il brufoloso figlio quindicenne salga al trono col nome di Luigi XIV (il futuro “Re Sole”), ma tira una brutta aria e c’è di nuovo lavoro per i leggendari quattro moschettieri. Non sarà facile, per la sovrana, rimetterli insieme. D’Artagnan alleva maiali, cornifica i contadini e s’è messo a parlare con un improbabile accento francese; Athos, malato di sifilide e bisessuale, aspetta la fine nel suo malandato castello; Aramis s’è chiuso in convento dopo aver “incontrato Dio”, anche per sfuggire ai debitori; Porthos ha perso 38 chili e ora è un barbone ottenebrato con la mente offuscata da una bevanda a base di laudano inventata da lui (però l’accento andrebbe sulla prima a, non sulla seconda, come invece sentiamo, forse per scelta del regista).
Un classico, sin dai tempi dei Blues Brothers, ma succedeva anche in La maschera di ferro: di nuovo in sella con spada, cappello e mantello, i quattro si preparano alla loro ultima missione, che nel sottotitolo del film però diventa ironicamente “la penultima” (non si sa mai).
Il tono tra epico e goliardico rimanda a volte al Monicelli di L’armata Brancaleone, ma dentro un retrogusto funereo, dai tratti un po’ “reducisti”, dove i personaggi soffrono di emorroidi, sono deboli di prostata e il povero scudiero, essendo muto, sopporta ogni sofferenza senza gridare (ricordarsi del contadino trafitto dalle lance di La notte di San Lorenzo dei Taviani).
Non saprei dire se l’operazione, finanziata da Indiana e Sky, funzionerà sul piano degli incassi natalizi. Vedremo. Le scene d’azione risultano poco convinte, un po’ lente o tirate via, e qualche sforbiciata avrebbe giovato all’andamento picaresco dell’avventura. Certo Veronesi, che rimugina sul progetto sin dagli anni Ottanta,  ha chiamato attorno a sé gli amici di sempre, forse per sentirsi più al sicuro. E così ecco Pierfrancesco Favino-D’Artagnan (il più mattatore), Rocco Papaleo-Athos, Sergio Rubini-Aramis, Valerio Mastandrea-Porthos, più Margherita Buy, Alessandro Haber, Giulia Bevilacqua, Lele Vannoli, Matilde Gioli, Valeria Solarino, rispettivamente nei ruoli della regina, di Mazzarino, di Milady, del servo, dell’ancella, di Cicognac.
La battuta più surreale? «Sarò agnolotto fino alla morte». La sussurra fieramente il pasticcione D’Artagnan, fingendosi ugonotto sul patibolo, di fronte al boia. La scamperà, naturalmente.

Michele Anselmi per SIAE 

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