GIORNATE PIENE PER MARTONE A VENEZIA: “CAPRI-REVOLUTION” IN GARA E PREMIO SIAE ALLA “CIFRA ORIGINALE” DELLA SUA ARTE TRASVERSALE
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

GIORNATE PIENE PER MARTONE A VENEZIA: “CAPRI-REVOLUTION” IN GARA E PREMIO SIAE ALLA “CIFRA ORIGINALE” DELLA SUA ARTE TRASVERSALE

Giornate piene per Mario Martone al Lido di Venezia. Giovedì 6 settembre il suo nuovo film, Capri-Revolution, passa in concorso alla 75ª  Mostra, a chiudere il terzetto italiano in gara; venerdì 7, nel quadro delle Giornate degli Autori, il sessantunenne regista napoletano riceve il Premio Siae dalle mani di Andrea Purgatori, sceneggiatore e giornalista, Consigliere di Gestione di SIAE. Si legge nella ragionata e ragionevole motivazione: «Con questo riconoscimento la SIAE intende sottolineare ancora una volta la complessa sensibilità di Mario Martone, regista e organizzatore culturale, uomo di teatro, di cinema e di musica che ha sempre saputo connotare con una cifra originale e personale la sua arte, mettendo insieme in maniera incisiva la grande tradizione napoletana da cui proviene con una visione della cultura e dell’arte di profilo internazionale e inclusivo».

L’eclettismo di Martone, anche la sua capacità di intrecciare linguaggi arditi e prospettive storiche, si riflette abbastanza bene in Capri-Revolution. In realtà il film doveva chiamarsi Capri-Batterie, in omaggio alle famose lampadine “alimentate” a limoni inventate nel 1985 dallo scomparso artista tedesco Joseph Beuys, che a Capri visse qualche tempo, già ammalato. Quelle flebili lampadine appaiono a un certo punto in una scena del film, ambientato nel 1914, non in forma di installazione artistica, ma come concreta utopia energetica, e di sicuro non sarà un caso se a maneggiarle è una specie di guru proto-hippy che si chiama Seybu, ossia un anagramma possibile di Beuys.

Martone lo conosciamo: gli piace citare e mischiare le cose con erudite strizzatine d’occhio; infatti, se non bastasse, il medesimo Seybu allude a un curioso artista tedesco che visse davvero da quelle parti, tal Karl Wilhelm Diefenbach, anche se morì nel 1913, cioè un anno prima della storia ad alto tasso metaforico immaginata dal film.

Pacifista, vegetariano, omeopata, nudista, “teosofico” e poligamo accanito, oltre che riconosciuto “maestro”, Diefenbach guidò anche una comunità di disinibiti giovanotti, maschi e femmine, perlopiù nordeuropei, molto in anticipo sui tempi; e proprio da lì parte Capri-Revolution, facendo dell’isola una sorta di magnete irresistibile per chiunque coltivasse ideali di libertà e giustizia (nell’incipit si vedono pure i futuri rivoluzionari russi).

Il 1914, avrete capito, non è scelto a caso: sta per scoppiare la Prima guerra mondiale, e «su quella montagna dolomitica precipitata nelle acque del Mediterraneo» (Martone dixit), la vita non è uguale per tutti, nonostante l’arrivo recentissimo dell’energia elettrica. La fiera pastorella Lucia pascola tra i dirupi sul mare le sue capre nere mentre il padre sta morendo, la madre non fiata e i due fratelli cercano di darla in sposa a un ricco vecchio del posto.

Dalla terra ferma è arrivato il giovane medico Carlo, socialista, positivista e interventista, non insensibile alla bellezza ruvida di Lucia, che vorrebbe avviare a un lavoro da infermiera. E intanto gli adepti della Comune, irrisi e temuti in egual misura dagli autoctoni, ballano nudi al vento, si cibano solo di frutta e verdura, girano scalzi vestiti di bianco, compongono “world music” ante-litteram, praticano una specie di psicoanalisi e ogni tanto si lasciano andare ad accoppiamenti dionisiaci. Sotto la guida, appunto, del cristologico Seybu.

S’intende che Lucia si fa catturare da quel mondo così diverso dal suo, ne condivide per un po’ lo spirito ribelle e utopistico, mentre il dottore, pronto ad arruolarsi per combattere gli austro-ungarici, si confronta volentieri con il guru  capellone sui temi della guerra, della scienza, del progresso, del profitto capitalistico, eccetera. Insomma, avete capito.

Schematizzando un po’, almeno così pare a me, Lucia è il popolo che si emancipa e alla fine sceglie una sua strada, Seybu è l’hippy  in odore di Sessantotto, Carlo il futuro Pci. Per sapere come vanno a finire le cose tra i tre bisogna vedere il film, che uscirà il 13 dicembre con 01-Distribution (producono Indigo, Raicinema e Pathé).

Martone spiega che Capri-Revolution rappresenta la chiusura di un’ideale trilogia storica cominciata con Noi credevamo e proseguita con Il giovane favoloso. Magari è così, e certo il film, scritto dallo stesso regista con Ippolita di Majo, si presta a più letture.

Martone sembra dirci, infatti, che le diverse opzioni ideologiche esposte dal racconto, se incapaci di confrontarsi e integrarsi, sono destinate al fallimento, anzi a una sorta di inaridimento. Poi c’è l’aspetto formale, sempre molto accurato, anche nella reinvenzione estetica degli abiti e delle acconciature o nell’uso delle musiche di gusto moderno, forse troppo. Così, tra una citazione di Fabrizia Ramondino e l’esplicito omaggio alle “batterie” di Beuys, il regista lega passato e presente senza stridori, magari con qualche sottolineatura di troppo nei dialoghi, valorizzando le prove dei tre bravi interpreti principali, che sono Marianna Fontana (una delle due gemelle di Indivisibili), Reinout Scholten van Aschat e Antonio Folletto. Ad essere pignoli, i pubi e le ascelle femminili dei comunardi utopisti appaiono un po’ troppo rasati per l’epoca, ma immagino che nessuno ci farà caso più di tanto.

Michele Anselmi per SIAE

Related