GABRIELE CIAMPI, DA ROMA A LOS ANGELES CON MATITA, CARTA E PIANOFORTE
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

GABRIELE CIAMPI, DA ROMA A LOS ANGELES CON MATITA, CARTA E PIANOFORTE

Gabriele Ciampi, quarant’anni in settembre, riceverà venerdì il Premio Barocco 2016 per la composizione e la direzione d’orchestra al Castello Angioino di Gallipoli. È l’ennesimo riconoscimento per il Maestro romano, che da anni risiede a Los Angeles, dopo la medaglia “Eccellenza Italiana”, conferita dal Senato della Repubblica Italiana, il premio “Instumental Artist of the Year” ai Los Angeles Music Award e il riconoscimento “Primidieci-Under 40 2014” assegnato a dieci italiani under 40 residenti negli USA.

Nel 2015 si è esibito a Washington alla Casa Bianca per il Presidente Obama, e il 2 giugno eseguirà in prima assoluta all’Ambasciata di Washington il brano che ha composto per i 70 anni della Repubblica Italiana.

"In un momento in cui si guarda troppo oltreoceano dobbiamo tornare ai nostri patrimoni nazionali che ci invidiano in tutto il mondo. Dalla cucina, allo sport, passando per le arti, l'Italia ha un ruolo dominante. I famosi "cervelli in fuga" lasciano il nostro Paese e contribuiscono con la loro attività a rendere importante un altro Stato: su questo dovremmo riflettere".

Lei ha in progetto di tornare in Italia, prima o poi?

"Tra dieci, quindici anni io voglio tornare stabilmente e spero di poter contribuire nel mio piccolo alla crescita artistica del nostro Bel Paese. Passo la maggior parte del tempo in America e ho la cittadinanza americana, nonostante questo continuo a sentirmi in prestito. La mia CentOrchestra è composta soprattutto da musicisti italiani con un’età media di 28 anni, ho lo studio di registrazione in Italia, vengo qui per i miei concerti e qui presenterò il mio nuovo album in uscita a fine anno. Poi, purtroppo, càpita che in America le opportunità siano maggiori, anche se sono gli stranieri a costituire la loro forza artistica".

Pur vivendo la maggior parte dell’anno in America, lei è iscritto alla SIAE da vent’anni. Come mai?

"Perché sono affezionato all’istituzione. È una società che garantisce in maniera uniforme autori ed editori e io sono d’accordo con la causa. Mi interessa che ci sia un’istituzione italiana che ci rappresenta nel mondo, e che sia riconosciuta in America come in Giappone, come di fatto è".

Quali opportunità in più si hanno?

"In Italia sfondano i personaggi costruiti mediaticamente, e si dà poca importanza alla figura del compositore, si parla più del pianista famoso o del celebre direttore d’orchestra, dimenticando che il compositore è il terreno su cui nasce il castello. Compositore, esecutore e direttore d’orchestra viaggiano su binari paralleli che non si incontrano mai. È vero che io dirigo la mia musica, ma mi sento un compositore, perché per far tutto bisogna aggiornarsi continuamente e studiare. Ho unito gli studi classici ad un più moderno approccio alla musica, tipico della scuola americana ma il mio metodo compositivo continua ad essere pianoforte, carta e matita. Questo non vuol dire che si debba guardare solo al passato, anzi! Anche la composizione deve cambiare e rinnovarsi, per questo è fondamentale che si valorizzino i giovani talenti italiani e si incentivino. Altro problema italiano: quando si presenta un nuovo progetto gli occhi della critica sono tutti puntati a scovare l’errore e, al contrario, non si dice mai nulla di male sui nomi più affermati. In America non si fanno distinzioni: se fai male, che tu sia un emergente o un grande, te lo dicono”. 

Intervista di Paola Polidoro

Related