Elio Pecora, le parole esatte e necessarie della poesia
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Elio Pecora, le parole esatte e necessarie della poesia

Sono G. Allegria, con Cella sessantaquattro, e G. Striano, autore di Vient, i vincitori di “Poesie dal carcere”, il concorso promosso da SIAE, DAP–Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, inverso Onlus e indetto dal Premio letterario Goliarda Sapienza parallelamente al concorso per la narrativa “Racconti dal carcere”. Lo ha annunciato il poeta Elio Pecora, che ha presieduto la giuria, composta  anche da Edoardo Albinati, Silvia Bre, Roberto Deidier.

Quest’anno il premio “Poesie dal carcere” si è concluso con un ex aequo. Cosa l’ha colpita dei due componimenti Vient e Cella sessantaquattro?

Del primo il forte sentimento espresso in una lingua a metà fra il dialetto e l’invenzione, e questo è stato molto apprezzato anche dagli altri componenti la giuria. Del secondo l’ironia dolorosa, ma anche la perizia metrica e la qualità della scrittura.

I componimenti inviati al concorso sono stati centinaia. La poesia scritta in carcere ha delle caratteristiche particolari?

Come per le prose quel che contraddistingue la poesia scritta nelle carceri è la sostanza di vita e la complessità di esperienza che ne risultano. Queste poesie, anche le meno risolte, nascono da una sofferta necessità, da un bisogno insieme di espressione e di liberazione.

Lei ha iniziato a scrivere molto presto. Che cos’è per lei la poesia?

Ho scritto i miei primi versi a quattordici anni ed ero già un lettore appassionato e avevo, grazie anche ai programmi scolastici di quei miei anni, imparato molta grande poesia a memoria. Dunque non mancavo di modelli e di confronti. Non ho mai smesso di occuparmi di poesia e, nei decenni successivi, ho scritto di libri di poesia per quotidiani e per riviste, per programmi radiofonici e per antologie. In più ho curato, a Roma soprattutto, e per intere stagioni, letture pubbliche di poesia, chiamandovi poeti di diverse età e notorietà, e usufruendo di  teatri, gallerie, librerie offerte da amici; tutto in piena gratuità e solo per diffondere la conoscenza della poesia. Questo dovrebbe provare e prova quanto io creda nella grazia e nella necessità della poesia che ritengo, così come vado ripetendo da almeno un trentennio in molte scuole italiane, una sicura educazione ai (e dei)  sentimenti.

C’è ancora posto per la poesia nel mondo del digitale e delle tecnologie?

Mai la società umana è stata più consapevole e più sofferente di quanto lo sia in questa nostra epoca. Di sicuro l’essere umano non ha cessato di desiderare la felicità e l’amore, di patire l’attesa e la delusione, di temere la precarietà e la morte. Abbiamo tutti un forte bisogno di capire meglio e di più quanto ci urge dentro. Ed è quel che i poeti arrivano a esprimere con parole esatte e necessarie, destinate a durare contro il rumore opprimente e contro la chiacchiera vuota.

Perché si legge poco la poesia? C’è una responsabilità dei poeti in questo?

La responsabilità è di una scuola in discesa per programmi dispersivi e affastellati, e di  un tempo in cui è prevalsa l’apparenza sulla sostanza, la quantità sulla qualità. La canzone, nel suo impasto solo a volte felice di parole e di musica, ha preso il posto della poesia per una massa disposta a un linguaggio facile e immediato. La poesia, se tale, non si nasconde dietro oscurità e cerebralismi, ma parla a strati più profondi della mente e dell’animo. Dunque escluderei da responsabilità i poeti, che pure resistono, e come sempre sono pochi. I beni  profondi e durevoli sono tali perché richiedono di essere riconosciuti come tali e avvicinati e raggiunti. E non vale solo per la poesia.

 

Intervista di Maria Rosaria Grifone

Foto Rino Bianchi

 

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