DENEUVE MATTATRICE NEL FILM GIAPPONESE CHE APRE LA MOSTRA DALLA GERMANIA UN’ALTRA STORIA DI MADRI, CON STREGONERIA
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DENEUVE MATTATRICE NEL FILM GIAPPONESE CHE APRE LA MOSTRA DALLA GERMANIA UN’ALTRA STORIA DI MADRI, CON STREGONERIA

La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 2

Com’è vero. “Le buone intenzioni, senza tatto, sono le più pericolose”: lo sibila Catherine Deneuve nel film che ha inaugurato oggi, tra gli applausi di pubblico e critica, la 76ª Mostra veneziana (si chiude il 7 settembre). Trattasi di “La vérité”, che il bravo regista giapponese Kore-eda Hirokazu ha girato in Francia, quindi in una lingua non sua, potendo contare su un cast internazionale mica male: Deneuve appunto, più Juliette Binoche e Ethan Hawke.
 
Il titolo va preso, diciamo, per antifrasi, giacché nessuno sembra dire la verità nel corso della vicenda. Tutti i personaggi fingono, inventano, ricamano, ritoccano un po’, a partire, appunto, dalla protagonista Fabienne. Del resto lei è la prima a teorizzarlo: “Sono un’attrice, non posso dire la pura verità. Non funziona”.
 
Siamo a Parigi, oggi. Fabienne è una 73enne star del cinema francese, cinica, viziata, lunatica, in buona misura anaffettiva, che forse patisce i morsi dell’età. La figlia sceneggiatrice Lumir, ovvero Binoche, scappò anni prima da lei, sentendosi ignorata; adesso, in compagnia del marito americano e della graziosa figlia, è tornata da New York per una breve vacanza. La mamma ha appena pubblicato un’autobiografia  intitolata “La vérité”, ma è del tutto evidente che Fabienne, nel dettare le memorie, abbia travisato la realtà, molto addolcendola. 

Kore-eda Hirokazu, regista di film pure apprezzati in Italia come “Father and Son” e “Un affare di famiglia”, è partito da una sua pièce teatrale originariamente ambientata in un camerino. Strada facendo, anche su richiesta di Binoche, il progetto è arrivato in Francia, e a quel punto il cineasta nipponico ha potuto contare anche sulla presenza carismatica di Deneuve. Il risultato è una commedia molto “parigina” all’apparenza, per dialoghi, leggerezza e situazioni, ma con un retrogusto più pensoso, orientale, a tratti asprigno. 
Certo, il balletto all’aria aperta con l’orchestrina che suona una specie di valzer e tutti che danzano era meglio tagliarlo, ma la partitura avanza elegante sul filo di un dilemma morale che potremmo riassumere così: meglio una verità crudele o una bugia pietosa? 

Possibile che Deneuve abbia introdotto allusioni autobiografiche nel mettere a punto il personaggio: nel film si parla tanto di un’attrice amica-rivale, Sarah, morta anni prima, e il pensiero corre - il suggerimento viene dal critico Francesco Di Pace -  a Françoise Dorléac, che di Deneuve fu sorella di talento scomparsa a soli 26 anni. Ma tutto “La vérité”, nel gioco tra vero e falso, tra recitazione e vita, incluso un film nel film che si sta girando, è trapunto di battute argute, talvolta perfide, come quella sulle grandi attrici dal nome e cognome con la stessa iniziale: Simone Signoret, Michèle Morgan, Greta Garbo, Brigitte Bardot (su quest’ultima Fabienne storce il naso). 

Se gli uomini non fanno una gran figura, mostrandosi perlopiù rincoglioniti o adoranti, le donne impongono alla storia l’altro tema di fondo, che è quello della maternità: come si modifica nel tempo e chi è madre di chi quando si invecchia? Deneuve e Binoche si intonano al clima generale, la prima agendo da “mattatrice”, la seconda recitando per sottrazione; nel mezzo Hawke, un attore che cresce a ogni film che interpreta, specie quando interpreta uno yankee in trasferta europea. Nelle sale italiane dal 3 ottobre con Bim.

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Di maternità incasinata si parla anche, e non pare un caso, nel film che ha aperto la sezione “Orizzonti”: il tedesco “Pelikanblut” della giovane cineasta Katrin Gebbe. Qualcuno, tra i critici, ha storto il naso, per la serie “che ci fa alla Mostra?”, e tuttavia i 121 minuti non pesano affatto, dentro un crescendo minaccioso, tra traumi infantili e magia nera, mentre si precisa il senso di quel titolo, ispirato all’iconografia cristiana, che significa “sangue di pellicano”. Wiebke Landau è un’avvenente single quarantenne che gestisce un maneggio, una specie di “donna che sussurrava ai cavalli”. Stivali, jeans, treccia bionda e cappello da cowboy, vive felicemente in una fattoria insieme alla figlia adottiva Nikolina, addestrando cavalli per la Polizia tedesca. Non pensa all’amore, nonostante un virile poliziotto le faccia la corte, e anzi sta per adottare in Bulgaria una seconda figlia. Raya, di cinque anni, all’inizio sembra timida e incantevole, ma c’è qualcosa di demoniaco nel suo sguardo, infatti presto si rivelerà aggressiva, violenta, inquietante. 
“Volevo esplorare uno scenario da incubo per un genitore” dice la regista. Così è. La sventurata Wiebke da un lato teme per la propria vita e quella della prima figlia, dall’altro è disposta a tutto, anche a ingurgitare pillole per farsi venire il latte al seno, pur di guarire la bambina dalla “morte emotiva” che l’ha tragicamente segnata. Il film maneggia materiali rischiosi, perfino un esorcismo quasi in chiave di rito voodoo, e un po’ non capisci bene dove voglia andare a parare. Meglio la stregoneria della psichiatria?  Ideale per un remake americano, vista l’ambientazione. Nina Hoss, la protagonista, è una di quelle attrici che lasciano il segno: per bellezza ed espressività.

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Piace molto la nuova sigla della Mostra pensata, disegnata e animata da Lorenzo Mattotti. Applausi da parte dei festivalieri al suo primo apparire stamattina, prima di “La vérité”. In effetti è bella, fantasiosa, non prevedibile; e il corredo musicale, con tanto di mandolino napoletano, suona azzeccato. 

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