DALLA CINA PER NATALE UNA STORIA CHE NASCE DA UNA BUGIA VERA “THE FAREWELL” O IL VALORE TERAPEUTICO DELLE MENZOGNE
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DALLA CINA PER NATALE UNA STORIA CHE NASCE DA UNA BUGIA VERA “THE FAREWELL” O IL VALORE TERAPEUTICO DELLE MENZOGNE

“Basato su una bugia vera” leggiamo sui titoli di testa, e bisogna riconoscere che l’ossimoro suona calzante per “The Farewell”, cioè l’addio, il bel film di Lulu Wang, cinese naturalizzata statunitense, che esce il 24 dicembre, proprio alla vigilia di Natale, con la Bim. Certo il tema non è dei più festosi, ma la trentacinquenne regista, pescando in un’esperienza familiare scaldata da un mezzo lieto fine, racconta come “una bugia buona”, così recita il sottotitolo italiano, ogni tanto possa allungare la vita.

Chi mente? Tutta la famiglia Wang, sparsa per il mondo. L’anziana nonna Nai Nai, che vive ancora a Changchun un po’ accudita dalla sorella più giovane, non sa di avere un tumore ai polmoni incurabile. La tosse peggiora, ma lei dà la colpa a una bronchite insidiosa; e intanto, con la scusa di un matrimonio, figli e nipoti si ritrovano nella sua casa per starle vicino nelle ultime settimane di vita. Naturalmente senza dirle la verità sulla malattia.

L’unica che si oppone è Billi, nata a Pechino ma ormai più newyorkese di Woody Allen: giovane e pragmatica, benché reduce da una doppia delusione professionale e sentimentale, lei non vuole mentire alla nonna amatissima, ma poi prende l’aereo, si ritrova in quella Cina che le appare quasi “straniera” e accetta la decisione dei suoi genitori e degli zii di non rivelare la prognosi infausta.

C’è troppa musica inutile in “The Farewell”, e a un certo punto echeggia addirittura una versione in italiano di “Whitout You”, ovvero “Per chi”, a dimostrazione che in Oriente certe nostre canzoni sono davvero intramontabili (In “Parasite” c’è “In ginocchio da te” di Morandi). Ma il film, in originale girato in due lingue, inglese e cinese, ha un cuore gentile, il palpito delle emozioni arriva a segno, anche perché il vero tema della storia non riguarda tanto la pietosa bugia sulla malattia, praticata spesso anche da noi occidentali, bensì la riscoperta di una cultura rimossa. Billi non si sente più cinese, e tuttavia strada facendo, mentre l’arzilla nonna sembra reggere bene l’assenza di cure, riscopre usi e costumi, si rimpadronisce della lingua, fa pace con il suo essere sospesa tra due mondi assai diversi l’uno dall’altro, e alla fine scatterà una lieta sorpresa.

“The Farewell” sfodera notazioni curiose, come quel rito collettivo sulla tomba del nonno morto da anni, con tutti che portano cibo, sigarette, beveraggi e abiti, nel caso l’estinto avesse voglia di uscire da lì. Il tono generale è tra psicodramma familiare e commedia antropologica, con iniezioni di buffo; qua e là viene da pensare a “Il banchetto di nozze” di Ang Lee, un altro cineasta traslocato in Occidente per poi tornare a fare film in Oriente.

Michele Anselmi per Siae.it

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