CON “IL SIGNOR DIAVOLO” AVATI FA UN SALTO NEL GOTICO-RURALE. MA IL CAPO DEI GESUITI DICE CHE SATANA È SOLO “UN SIMBOLO”
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CON “IL SIGNOR DIAVOLO” AVATI FA UN SALTO NEL GOTICO-RURALE. MA IL CAPO DEI GESUITI DICE CHE SATANA È SOLO “UN SIMBOLO”

Magari Pupi Avati non sarà d’accordo con il gran capo dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, il quale ha appena detto al Meeting di Rimini, dando la stura a qualche malumore: “Il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale (…). Nel linguaggio di sant’Ignazio è lo spirito cattivo che ti porta a fare le cose che vanno contro lo spirito di Dio”. Nel nuovo film del regista bolognese, che esce a cinque anni dallo sfortunato “Il ragazzo d’oro”, Satana invece esiste, eccome, ha fattezze umane, tanto è vero che il titolo recita rispettosamente “Il signor diavolo”. 

Trattasi di horror, un genere che Avati ha praticato in passato con un certo successo, a partire dal sempre bello/spaventoso “La casa dalle finestre che ridono”, tornando ogni tanto sul luogo del delitto, in alternativa a certe storie agrodolci sugli amori impossibili o sulle amicizie tradite. 

Nelle sale dal 22 agosto con Raicinema-01 Distribution, “Il signor diavolo” è una riuscita, ma vai a sapere se troverà il pubblico che si merita. Avati è un cattolico fervente, tradizionalista, giustamente non ne fa mistero; ma quando porta quei temi al cinema sa trovare spesso una chiave sottile, non prevedibile, quasi blasfema, pescando in un arcaico mondo contadino nel quale religione e superstizione sembrano convivere in un “blend” dai tratti minacciosi, molto gotici, tanto più se l’azione è immersa nel Veneto lagunare, dalle parti di Comacchio e Rovigo, del 1952.

Non bisogna raccontare troppo, per non rovinare la sorpresa agli spettatori. Sappiate solo che dopo un incipit alquanto sanguinario, destinato a suggerire il tono del film, facciamo la conoscenza con un giovane funzionario del ministero di Grazia e Giustizia spedito in gran segretezza nel “cattolicissimo Veneto” perché metta una pezza a uno scandalo che potrebbe far perdere troppi voti alla Dc di Alcide De Gasperi. 
Un ragazzino ha ucciso un certo Emilio, di pochi anni più grande, deforme e irsuto, dalla dentatura spropositata, convinto che fosse il diavolo in persona. Solo che la vittima, sulla quale pendeva il sospetto di aver massacrato a morsi la piccola sorellastra, era figlio di una potente signora veneziana decisa a scaricare sulla Chiesa la colpa dell’omicidio. 

Credenze popolari, fatture contro il Maligno, ostie calpestate, urina delle donne incinte, verri famelici, un clima tra sacrilegio ed esorcismi, il tutto dentro una fotografia rugginosa che inclina al bianco e nero, tra case coloniche sgarrupate, sacrestie e botole, culle imbevute di sangue, vagiti dal sottoterra. Avati rievoca un mondo rurale fatto di premonizioni fosche, e naturalmente il giovanotto inviato da Roma, letti i verbali giudiziari, proverà a risolvere il caso a modo suo, forse sottovalutando la forza di certe leggende…

Fitto di partecipazioni amichevoli, da Lino Capolicchio a Gianni Cavina, da Alessandro Haber ad Andrea Roncato, da Chiara Caselli a Massimo Bonetti, “Il signor diavolo” sembra a tratti un esercizio di stile, una vacanza all’insegna della paura; ma di sicuro l'ottantenne Avati, nel corso di 86 minuti, azzecca l’atmosfera, disseminando la cupa vicenda di indizi, suggestioni e riferimenti, mentre quel furbone del demonio si prepara giustamente al passaggio del testimone.

 

Michele Anselmi per Siae

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