Cinquant'anni di "4 marzo 1943": il nostro ricordo di Lucio Dalla, nel giorno in cui avrebbe compiuto 78 anni
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Cinquant'anni di "4 marzo 1943": il nostro ricordo di Lucio Dalla, nel giorno in cui avrebbe compiuto 78 anni

Qualcuno scrisse con la voce che il 4 marzo un bell’uomo veniva dal mare, parlava un’altra lingua e sapeva amare.

Chissà se quella sera davvero luccicava e tirava forte il vento, se sembrava di sentire il rumore di una nave sulle onde, se era così dolce che si poteva bere.

Non ci ha mai confessato se il mare impresso per sempre in quei versi era invece un magma incandescente che mentre scorre rivela tutte le vite passate e future di ognuno di noi, simile a una bolla uterina in cui immaginiamo sia già custodito tutto il nostro esistere, quello che solo un uomo giunto sulla terra e salpato per sempre in un giorno di marzo ha saputo “istoriare” in partiture scolpite nel muro del suono e dell’inconscio collettivo.

A partorirlo è stata quella “Bologna rossa e fetale”, come la definì un altro grande cantore di emozioni primigenie, eppure Lucio Dalla sembra venuto al mondo dalla campana di un sassofono, al ritmo sincopato di un assolo che non conosce regole nè le accetta, generato al culmine di un atto d’amore per la Musica, come chi è dovuto diventare uomo da solo e ha affidato ad essa tutte le domande su quante cose possa significare esserlo, in un Paese che ancora non lo sa.

Uno che suonava con Chet Baker e avrebbe potuto competere con la penna di Kerouac, chè da noi la beat generation portava gli occhiali, uno zuccotto in testa e faceva gorgheggi scat quando non soffiava tutto il fiato che aveva nel sax dei Flippers, persino per accompagnare le gesta dei famigerati Watussi al Cantagiro del ‘63, lui che di altezze fisiche non sapeva che farsene.

Se mai si potesse misurare la statura di un autore non passerebbe certo per l’altezza delle sue parole nè per l’incredibile quantità di giri incisi sui vinili. Nei casi più ineffabili interviene una terza dimensione, a metà tra la profondità e l’infinito, come sterminato e vario è il mondo che ci lascia in dono Lucio Dalla, la sua penna, il suo cuore, il battito delle sue note.  

Quello di un ventenne che riceveva ortaggi vari sul palco del Cantagiro, fino a farlo sezionare sui banchi della maturità, non la sua, quella dei ragazzi del 2001 che trovarono il testo di “Piazza Grande” tra i brani da analizzare per la prima prova scritta. “E’ solo una canzone”, diceva Lucio. E’ molto più di un’emozione, avrebbero detto tutti quelli che grazie a lui impararono a coprirsi anche senza lenzuola bianche, e a credere che se la vita non ha sogni “io li ho e te li do”.

Centinaia di brani, milioni di note, sognate, cantate, scritte, all’inizio con l’ausilio di poeti, quelli veri, poi da solo quando non ha avuto più paura di liberare le parole nelle terre ormai colonizzate del potentissimo cantautorato italiano di fine anni Settanta, fucina di stelle in anni di piombo, quando la leggerezza sui palchi pesava tantissimo.

Di alcune stelle si misura la magnitudine più che la temperatura, come quelle che Marco guardava nei flippers sperando che Anna stesse guardando lo stesso cielo a forma di biliardo, mentre Lucio metteva in buca l’ennesimo capolavoro nel firmamento della musica chiamando l’Amore con nomi propri.

Fa uno strano rumore la sua Arte, si insinua sotto i tappeti polverosi dell’ingessato showbusiness italiano per scuoterne la polvere, ma non tutti capiscono, alcuni si indignano, e mentre altri si domandano come faccia a squarciare la coltre delle certezze democristiane con parole e opere, lui nell’estate del ’79 riempie gli stadi col suo socio De Gregori chiedendosi come fanno i marinai a fare a meno della gente eppure a rimanere uomini.

Senza nessuno che gli chieda come va, Lucio attraversa le decadi tatuandosi la musica sulla pelle, come facevano gli afroamericani con l’amato jazz, e “col destino tra i denti” calca i palchi di teatri, concerti e televisioni, scrive canzoni che sono “come sceneggiature” seduto davanti al Muro di Berlino, o su una vecchia terrazza guardando il golfo di Sorrento.

E come Caruso anche Lucio vedeva sempre luci in mezzo al mare, pensava spesso alle notti là in America, quella da dove venivano i suoi suoni preferiti, quell’America che ormai lo conosceva e lo amava, da cui non si è mai fatto troppo sedurre. Ai luccichii preferiva le lampare o i corpi celesti, sua dolcissima ossessione, e se “l’anno che verrà” ci fa meno paura è grazie a quella bambina che si chiamerà Futura, bella come una stella.

Federico Fellini lo citava nei film e andava ai suoi concerti, Pavarotti “cantava il pop grazie a Caruso”, tutti i più grandi protagonisti della scena culturale nazionale e oltreoceano hanno sperato di collaborare con lui, perchè quel ghigno così enigmatico conteneva una voce vicina più al cuore che alla bocca e rivelava segreti che solo i giganti sanno come spiegare perchè sì, “ è la vita che finisce,  ma lui non ci pensò poi tanto
anzi si sentiva già felice, e ricominciò il suo canto.”

Buon compleanno Lucio, ovunque tu sia, a guardare le stelle da uno scoglio delle tue Tremiti, in quel posto del tuo cuore dove tira sempre il vento, o in mezzo ai razzi e a un batticuore, sicuro che più su ci sia il sole, seduto in piazza grande tra i gatti che non hanno padrone, con Anna e Marco dentro un bar, ad aiutare Caruso a sciogliere le sue catene o a chiederti su cosa metteremo le mani, domani.

 

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