CHI HA PAURA DEL BUIO?
Vivaverdi
di Carlo Bordone

CHI HA PAURA DEL BUIO?

Il nuovo rock italiano, invecchiato ai tempi della crisi. Con contributi di Massimo Zamboni (C.S.I.), Max Casacci (Subsonica), Emidio Clementi (Massimo Volume) e Manuel Agnelli (Afterhours).

È la fine dell’estate del 1997. A Parigi muore in un sottopasso Lady Diana Spencer, in Algeria i fondamentalisti islamici compiono una strage al giorno, negli Stati Uniti nasce una startup chiamata Google, a Stoccolma decidono che il Nobel per la letteratura di quell’anno sarebbe andato a Dario Fo. Tra gli eventi di quel periodo ce n’è uno che rimarrà storicamente un po’ meno memorabile di quelli appena citati, ma simbolicamente – almeno per quanto riguarda il giardinetto recintato della musica italiana – di grande rilevanza. Un evento commentato così da uno scandalizzato Gianni Boncompagni, l’ex partner radiofonico di Renzo Arbore diventato poi regista televisivo e inventore di format epocali, ai tempi selezionatore delle canzoni per il Festival di Sanremo: “Bocelli è ormai il numero uno al mondo e da settimane guida le classifiche di vendita inglesi, mentre da noi in testa alla hit parade c’è un gruppo chiamato Tabula Rasa Elettrificata che nessuno, neanche i ragazzi di Macao, conosce”.

Naturalmente il gruppo si chiamava C.S.I. “Tabula Rasa Elettrificata” era semmai il titolo del disco, che con un golpe surreale si era installato al vertice delle classifiche italiane di vendita degli album lasciandosi dietro i vari Oasis, Ligabue, Morandi, Pino Daniele, 883. E sì, anche il buon Bocelli tanto amato in Inghilterra. A rileggerla oggi, la frase del papà di Non è la Rai fa molta tenerezza, e nostalgia, per evidenti motivi. Tra gli altri, anche perché si sta perdendo la memoria di quell’incredibile exploit del cosiddetto “nuovo rock italiano”. 

Come per il numero 1 dei Nirvana nelle classifiche di Billboard, quello di Tabula Rasa Elettrificata dei C.S.I. rappresentò il culmine di un movimento musicale sviluppatosi al di fuori dei radar dell’informazione e – almeno all’inizio – dell’industria discografica mainstream.

In un certo senso, e fatte le debite proporzioni, quello fu il nostro momento-Nevermind, arrivato con il solito fisiologico ritardo di cinque-sei anni rispetto all’originale. Come per il numero 1 dei Nirvana nelle classifiche di Billboard, quello del gruppo di Giovanni Lindo Ferretti (durato una sola settimana e frutto più che altro di casualità e di una finestra temporale favorevole) rappresentò il culmine di un movimento musicale sviluppatosi al di fuori dei radar dell’informazione e – almeno all’inizio – dell’industria discografica mainstream. Allo stesso tempo, esattamente come fu per il grunge e il rock indipendente americano, segnò anche l’inizio della sua fine. Oggi che dai radar, mainstream o meno, il rock italiano “alternativo” (come si chiamava allora) sta rischiando seriamente di scomparire, e stavolta in via definitiva, non si può che partire da lì per provare a inquadrare storicamente una parabola che in quella fine d’estate del 1997 raggiungeva l’apice, innescando simultaneamente un declino che dopo quasi vent’anni l’avrebbe trascinata ai livelli rasoterra odierni, anno domini 2016.

Massimo Zamboni, chitarrista nei C.S.I. e prima ancora nei CCCP, ricorda così quei giorni: “Era una sensazione straniante. Da un lato ci dicevamo che non era possibile: ma dai, che è questa cosa, primi in classifica? Dall’altro non eravamo poi così sorpresi. Chi come noi veniva dagli anni Ottanta e aveva attraversato fin lì il decennio successivo, intuiva che qualcosa stesse per accadere. Sapevamo che il fermento che covava da diversi anni si sarebbe coagulato intorno a un fatto simbolico, come avrebbe potuto essere un disco rock ‘alternativo’ al numero 1 in Italia. Quello che non immaginavamo è che potesse capitare a noi. E infatti ci finimmo per errore, al numero 1. Non eravamo persone da classifica, e quel successo riuscì solo a farci del male. Certo, nei mesi successivi suonammo in palazzetti dello sport regolarmente esauriti e in teoria avremmo potuto fare tutto quello che volevamo. Alla fine, l’unica cosa che riuscimmo a fare fu disintegrarci. La moltiplicazione dei numeri è sempre difficile da gestire, ma nel nostro caso fu impossibile. S’instaurò un meccanismo che tirò fuori il peggio da ciascuno di noi. Dopo pochi mesi non ce la facevo più. Nessuno di noi riusciva più a sopportare lo stress, o la compagnia degli altri. Fu la fine”. 

Non eravamo persone da classifica, e quel successo riuscì solo a farci del male. Certo, nei mesi successivi suonammo in palazzetti dello sport regolarmente esauriti e in teoria avremmo potuto fare tutto quello che volevamo. Alla fine, l’unica cosa che riuscimmo a fare fu disintegrarci.

Quello che accadde ai C.S.I. nel brevissimo periodo è accaduto al rock italiano – quel rock italiano – in tempi solo leggermente più lunghi. Naturalmente le vacche sarebbero state grasse ancora per qualche anno, ma con l’andare del tempo si sarebbero smagrite sempre di più. Che ne resta di quel mondo, quindici o venti anni dopo, in anni in cui il rock da “alternativo” è diventato “indie”, e i suoi protagonisti si chiamano I Cani, Calcutta, Le Luci della Centrale Elettrica & co.?

La domanda, posta in questi termini, è fuorviante. Può far pensare che a far le spese della crisi del rock italiano siano state innanzitutto le band protagoniste di quella stagione, e non è esattamente così. Non per tutte, almeno. Alcune delle più importanti – Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, ma anche Linea 77, Africa Unite, Tre Allegri Ragazzi Morti e Modena City Ramblers – hanno continuato con diverse fortune, gradi di esposizione e trasformazioni, e tuttora fanno dischi e concerti per un pubblico che non solo si è mantenuto fedele ma si è addirittura ampliato e ringiovanito nel corso del tempo. Altri sono diventati vere e proprie istituzioni televisive, come Elio & le Storie Tese o Morgan (in quegli anni leader dei Bluvertigo, peraltro da poco riesumati). Altre ancora si sono riformate (gli Scisma).

Insomma, non abbiamo assistito da questo punto di vista ad alcuna diaspora o azzeramento di una generazione musicale. Quello che non c’è stato, tuttalpiù, è il ricambio. L’ultimo gruppo di un certo peso a emergere da quella nebulosa anni 90 sono stati i Verdena, che esordirono giovanissimi proprio nel 1999 e che nel quindicennio successivo sono diventati la band di riferimento per il pubblico alternative-rock italiano loro coetaneo. Tolte altre parziali eccezioni – il Teatro degli Orrori, ad esempio – non abbiamo avuto altri gruppi definibili genericamente come “rock” dall’impatto paragonabile a quello dei nomi citati più su. Ma d’altra parte qualunque fenomeno nell’alveo della cultura popolare vive momenti di stasi alternati a fiammate, e la storia stessa della musica pop ha imposto un modello d’interpretazione nel quale si ragiona a cicli contrapposti.

Il periodo di stagnazione attuale si sta prolungando da un po’ troppo tempo, d’accordo. Ma in fondo questo è un discorso che vale anche per il “rock” anglosassone, non solo per quello italiano. Così come un dato globale è quello del calo – eufemismo al posto di “inabissamento” – delle vendite discografiche.  La crisi profonda del mercato, la scomparsa dei supporti, la mutazione storica nelle modalità di consumo della musica e l’obbligo di adattarsi a modelli di sopravvivenza economica la cui efficacia è ancora tutta da sperimentare rappresentano temi fin troppo ampi e dibattuti. Certo, sono lo sfondo onnipresente in qualunque analisi del panorama musicale contemporaneo. Ma proprio per questo non possono essere la chiave per interpretare il declino di un fenomeno in particolare. Se è vero che la moltiplicazione dei numeri rappresenta spesso un problema, come dice Zamboni, a maggior ragione lo è la loro contrazione. Ma in questa fase storica vale – più o meno – per chiunque, a meno che non si chiami Adele o Rihanna.

Dove sta davvero, allora, la crisi del nuovo rock italiano? Forse nella sua scomparsa progressiva dai canali di diffusione principali, in primis radio e televisione? Da un lato è innegabile che nei palinsesti dei network un certo tipo di rock sia ormai desaparecido, dall’altro non si può non tenere conto del fatto che a essere in crisi, prima ancora dei generi musicali che scelgono o meno di veicolare, sono soprattutto loro: la radio e la tv. Aspetto da non sottovalutare proprio perché venti e più anni fa giocarono invece un ruolo decisivo, favorendo in modo quasi inaspettato l’emergere del rock alternativo. 

La Rete è l’orizzonte onnicomprensivo della comunicazione, oggi. Ma va detto che per quanto riguarda la musica non ha ancora restituito in proporzione a quanto ha preso.

Lo spiega con chiarezza Max Casacci, fondatore e leader dei Subsonica: “La svolta ci fu quando sbarcò MTV in Italia. C’erano programmi da riempire, fenomeni nuovi da cavalcare. La musica mainstream e commerciale italiana non era pronta a quel nuovo formato, abituata da decenni a canali di diffusione più tradizionali e consolidati. Chi potevano essere i local heroes su cui puntare? Semplice: le nuove band. Tutti noi che facevamo parte di quel mondo avevamo da anni il naso puntato sullo schermo, avevamo incorporato le strategie di comunicazione già sperimentate dal rock americano e inglese, e quindi gruppi come noi o i Casino Royale capirono che potevano giocarsela alla pari. Nei suoi primi anni, MTV è stato un canale quasi interamente dedicato alle band. Purtroppo, era uno stargate destinato a chiudersi velocemente come si era aperto. Oggi la televisione non va presa in considerazione, la fascia più giovane del pubblico non la guarda nemmeno. I palinsesti radiofonici sono blindati più che mai, i network nell’arco di tre mesi fanno girare le solite trenta-quaranta canzoni. Eppure la discografia, che in questi anni ha sbagliato praticamente ogni mossa, continua nonostante tutto a genuflettersi davanti all’altare radiofonico”. Senza rendersi conto, peraltro, che il flusso musicale passa ora per altri canali. Cioè, per uno. “La Rete è l’orizzonte onnicomprensivo della comunicazione, oggi”, prosegue Casacci, “ma va detto che per quanto riguarda la musica non ha ancora restituito in proporzione a quanto ha preso”.

Oltre le carriere attuali delle band di allora, dei dati di vendita, delle presenze ai concerti e dei passaggi radio-televisivi – tutti fattori importanti ma, come detto, non decisivi e interpretabili in modo non univoco – in che senso si può affermare che il cosiddetto “nuovo rock italiano” sia in crisi, vent’anni dopo? La risposta è banale, ma non per questo meno preoccupante. Il rock italiano, prima ancora che dalle classifiche e dalle playlist, è sparito dall’immaginario. Dall’orizzonte collettivo delle nuove generazioni. Quello che ha perso non è tanto la possibilità di proporsi ancora come merce culturale (per quanto ridimensionata). È piuttosto la sua capacità di porsi nuovamente come linguaggio unificante, vivo, spendibile.

Per molti, in quel ruolo è stato sostituito dall’hip hop – peraltro anch’esso molto diverso da ciò che era negli anni Novanta – e su un piano più di nicchia dal neo-cantautorato. Da CSI e Marlene Kuntz a Fedez e Salmo, dai Massimo Volume e La Crus a Calcutta e I Cani? Secondo Manuel Agnelli, da trent’anni alla guida degli Afterhours, “la scena musicale attuale è lo specchio di una società che già era borghese prima e ancora di più lo è oggi. I nuovi cantautori, a prescindere dalle qualità dei singoli, sono in gran parte un fenomeno di costume transitorio, la punta di diamante di una scena innocua che non fa male a nessuno. Nei testi e negli atteggiamenti domina la pratica ossessiva dell’ironia, che è un po’ l’arma dei poveri”.

Oggi si fa finta di essere auto-ironici per pararsi il culo: se mi prendo in giro da solo, mi premunisco contro le critiche. Mancano prese di posizione forti, che non devono essere necessariamente politiche; parlo di visioni personali sul futuro, sull’amore, sulla società.

Prosegue Agnelli: “Si fa finta di essere auto-ironici per pararsi il culo: se mi prendo in giro da solo, mi premunisco contro le critiche. Mancano prese di posizione forti, che non devono essere necessariamente politiche; parlo di visioni personali sul futuro, sull’amore, sulla società. In qualche modo in quel periodo ci provavamo, a dire la nostra e ad essere noi stessi, in una situazione che non era affatto più facile rispetto ad oggi. Non avevamo una lira, quello che abbiamo ottenuto lo abbiamo strappato coi denti. Sento spesso dire che allora c’erano molte più possibilità di suonare, ed è una balla clamorosa. È esattamente il contrario. Oggi hai molte più opportunità. Forse anche per questo c’è più standardizzazione, meno voglia di essere disturbanti. Venti o trent’anni fa si viveva in mezzo a un individualismo sfrenato, e tutto sommato essere freak veniva visto come un valore. Nella scena attuale, alternativa o indie che dir si voglia, esistono regole estetiche precise, se vuoi farne parte devi conformarti. E poi conta sempre meno l’interazione fisica, la gente non si incontra più ai concerti e magari preferisce starsene a casa su Facebook a commentarne uno che sta guardando su YouTube”.

Quello di Agnelli non è comunque il lamento del veterano che rimpiange i bei tempi andati e bacchetta i giovani che non hanno fatto la guerra. “Abbiamo anche noi le nostre belle responsabilità. Probabilmente all’epoca non ci abbiamo creduto così tanto. Forse c’era anche, in diversi casi, una buona dose di provincialismo e hobbysmo. Dal punto di vista delle band, chi meritava di andare avanti lo ha fatto. E in molti casi continua tuttora, magari non più in gruppo ma come singolo, vedi Cesare Basile, Paolo Benvegnù o altri. Se vogliamo vederlo come un fenomeno collettivo, allora forse sì, si può dire che 'quel' rock italiano abbia fallito. Non ha creato le basi sulle quali crescere ulteriormente. Ma d’altra parte in Italia è impossibile. Gran parte della colpa è anche dei mezzi di informazione, che oscillavano costantemente tra il paternalismo e il menefreghismo assoluto. Ricordo ancora di una data del Tora! Tora! [il festival itinerante ideato proprio da Agnelli, sul modello del Lollapalooza americano, NdA] nella quale facemmo quarantamila persone, con blocchi della strada ed elicotteri della polizia. Il giorno dopo non c’era un trafiletto sulla stampa, zero. Alla fine, se non legittimi la tua scena non puoi pensare che lo facciano gli altri”.

A proposito di affluenza ai concerti, Emidio Clementi (bassista, voce e autore dei testi dei Massimo Volume, successivamente degli El Muniria e oggi in attività con il suo nuovo progetto, Sorge, insieme a Marco Caldera) ricorda “date con migliaia di persone e altre con venti a dire tanto. Alla fine anche allora ci si adattava, si era pur sempre consapevoli di vivere in Italia. Non so se all’epoca ci fosse uno spirito più sperimentale, certamente rispetto ad oggi manifestavamo più inquietudine. La regola era mostrare il proprio disagio, magari prendendo a prestito il linguaggio degli artisti con cui eravamo cresciuti, che erano quasi tutti americani. Io per esempio ho vissuto a lungo la contraddizione tra ciò che volevo esprimere e il linguaggio dei miei modelli di riferimento. In un certo periodo ho rivolto l’attenzione ai cantautori italiani storici, ma mi è sembrata una soluzione comunque posticcia, e quella contraddizione la vivo tuttora”.  

Non so se all’epoca ci fosse uno spirito più sperimentale, certamente rispetto ad oggi manifestavamo più inquietudine. La regola era mostrare il proprio disagio, magari prendendo a prestito il linguaggio degli artisti con cui eravamo cresciuti, che erano quasi tutti americani.

D’altra parte, se è esistito in quegli anni un gruppo dall’animo e dall’impostazione “cantautorale” – nel senso di attenzione estrema alle parole, al racconto, all’uso non stereotipato della lingua – è stato proprio quello di Clementi, che poi ha avviato anche una carriera parallela come scrittore. Quali sono le differenze nel modo di raccontare storie di dischi come Stanze e Lungo i bordi (o anche dei più recenti Cattive abitudini e Aspettando i barbari) e il linguaggio narrativo dei neo-cantautori “indie”? “Nei testi attuali noto un utilizzo diffuso del 'noi', tanto per cominciare.  La prima persona plurale come una sorta di richiamo generazionale. Noi eravamo più introspettivi, forse più ripiegati sull’io. In generale, a me pare che vent’anni fa ci si sforzava di esibire problematicità e conflitto, mentre oggi c’è invece un approccio molto più accogliente, più rassicurante”.

Il gioco delle contrapposizioni tra passato e presente potrebbe continuare all’infinito, ma non sempre a favore dei bei tempi andati. Gli stessi protagonisti di allora riconoscono, ad esempio, che oggi l’atteggiamento di musicisti e pubblico è molto più laico rispetto a certi argomenti. Le rigidità ideologiche di un tempo suonano anacronistiche. Ancora negli anni Novanta, proprio mentre gran parte di quelle band lasciavano l’underground per salire sul carro della discografia major, l’idea che qualcuno potesse “svendersi” piazzando un brano in una pubblicità o come sigla di un programma televisivo sembrava intollerabile. In un contesto nel quale il mercato sostanzialmente non esiste più, il concetto stesso di “mercificazione” perde di senso, se mai ne ha avuto uno.

Si è più tolleranti verso le scelte degli artisti, un po’ perché la musica ha perso molto del suo significato simbolico di opposizione (a qualcosa, a qualcuno, al sistema), e un po’ perché è necessario essere disincantati e capire che in qualche modo si deve pur sbarcare il lunario. Le vendite dei dischi di rock alternativo italiano nel 1994 non facevano diventare ricco nessuno già allora, ma sono comunque imparagonabili con quelle attuali. Si ragionava pur sempre nell’ordine delle decine di migliaia di copie per ogni album, e tutto sommato ci si campava. O almeno, si poteva pensare di poter continuare la propria carriera, un passetto alla volta.

Quell’orizzonte, scomodo ma rassicurante, non esiste più.  Secondo Casacci, “oggi chi fa musica deve ragionare in termini di filiera. Il meccanismo ‘uscita dell’album-promozione-concerti-vendite di dischi’ si è inceppato già negli anni Zero, che personalmente considero il momento di massima crisi del panorama italiano. In un certo senso, l’artista deve generare un brand. Il termine di paragone sono i rapper americani, che in questo sono diventati dei maestri. La gestione accorta, magari anche creativa, dei diritti delle canzoni e della tua immagine diventa una priorità. Ogni opportunità va sfruttata: spot pubblicitari, colonne sonore, festival, sonorizzazioni. Tutto è diventato molto più fluido, e se da un lato ci sono molte meno sicurezze di un tempo dall’altro c’è la possibilità di inventarsi dei nuovi modelli”.  

Il meccanismo ‘uscita dell’album-promozione-concerti-vendite di dischi’ si è inceppato già negli anni Zero. La gestione accorta, magari anche creativa, dei diritti delle canzoni e della tua immagine diventa una priorità. In un certo senso, l’artista deve generare un brand.

Diventare un brand e gestire intelligentemente il proprio catalogo, dunque. Strategie nelle quali band come Afterhours e Subsonica, pur essendo nate in un contesto completamente diverso, due o tre cose possono ancora insegnarle. “Noi facciamo tuttora dei buoni numeri”, spiega Agnelli, “e io personalmente con il catalogo posso vivere discretamente. Ma una band come gli Afterhours sono un’eccezione. Per chi inizia oggi la vedo durissima: le vendite sono così basse che coltivare sogni di stabilità economica solo in base ai diritti d’autore è quasi una follia”.

Per il resto, conta ovviamente molto la fortuna. “Basta spostare qualche virgola e qualche zero”, riflette Clementi, “per passare dal ruolo di chi fa una vita affascinante a quello del fallito assoluto. Nel nostro caso è così. La musica non mi ha arricchito economicamente, e già negli anni 90 si viveva sempre in regime di sussistenza, ma mi ha permesso di condurre un’esistenza interessante, conoscere persone e posti meravigliosi. Oggi ci si trova davanti più difficoltà, ma si è anche più scaltri e maggiormente disposti a sfruttare le opportunità, che comunque ci sono. D’altra parte, il destino del musicista è sempre rischioso. In fin dei conti, Mozart lo hanno seppellito in una fossa comune”. 

Oggi ci si trova davanti più difficoltà, ma si è anche più scaltri e maggiormente disposti a sfruttare le opportunità, che comunque ci sono. D’altra parte, il destino del musicista è sempre rischioso. In fin dei conti, Mozart lo hanno seppellito in una fossa comune.

Chi ha paura del buio, dunque? Apparentemente nessuno. Chi c’era allora continua, in gran parte, a fare musica, raccogliendo ancora qualche meritato frutto di quella stagione. Chi inizia oggi, in qualche modo ci prova. Ipotizzare un ruolo trainante del cosiddetto rock italiano – nei termini in cui era concepito nei dorati e maledetti anni Novanta – negli scenari futuri rappresenta tuttavia un azzardo, e pochi se la sentono di scommetterci sopra. La sensazione è che si tratti di un linguaggio che va progressivamente esaurendo le sue capacità di aggregazione, e che molto difficilmente sarà ancora capace di costruire immaginari condivisi. Nella grande confusione odierna sotto il cielo, le sue opportunità appaiono tutt’altro che grandi. Sarà anche vero che oggi le scene e le tendenze musicali si mescolano e si contaminano con sommo sprezzo dei generi codificati, ma forse per il rock italiano si può spendere come chiosa finale un altro titolo di disco degli Afterhours: quello che non c’è.

Illustrazione di Anna De Florian

Immagini:

Afterhours courtesy Manuel Agnelli

Massimo Volume courtesy Emidio Clementi

Subsonica foto di Pasquale Modica

 

Carlo Bordone

Carlo Bordone (Torino, 1968). Giornalista e traduttore, ha scritto per Rumore, Bassa Fedeltà, Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra. Attualmente collabora con il Fatto Quotidiano. Per Arcana e Giunti è stato autore, curatore e traduttore di vari libri di argomento musicale.

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