CATE BLANCHETT, ADORABILE MISANTROPA DI NOME BERNADETTE: IL FILM DI RICHARD LINKLATER È SPIAZZANTE, PURE DIVERTENTE
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CATE BLANCHETT, ADORABILE MISANTROPA DI NOME BERNADETTE: IL FILM DI RICHARD LINKLATER È SPIAZZANTE, PURE DIVERTENTE

Francamente si poteva lasciare il titolo del romanzo da cui è tratto, cioè “Dove vai Bernadette?”, scritto dall’americana Maria Semple e uscito qui da noi con Rizzoli nel 2014. In ogni caso “Che fine ha fatto Bernadette?”, nelle sale dal 12 dicembre con Eagle Pictures e Leone Group, è un film da vedere, preferibilmente subito, perché di quelli che sfuggono alle categorie pre-natalizie: è ironico, folleggiante, strambo, vagamente surreale, ma con un cuore morbido che rintocca sempre più decisamente strada facendo.

Non per niente l’ha diretto, e in parte scritto, il 59enne texano Richard Linklater, regista capace di passare da “School of Rock” a “Last Flag Flying” passando per il personalissimo “Boyhood” girato nel corso di ben dodici anni. Qui s’è ritrovato a dirigere una star del calibro di Cate Blanchett, colta al volo tra una pubblicità e l’altra per Armani, e bisogna riconoscere che la cinquantenne attrice australiana offre una prova sublime, per varietà di toni e adesione fisica, sempre sul filo di un istrionismo che pesca però in un reale disagio umano (è appena arrivata la candidatura ai Golden Globes, per l’Oscar chissà).

Naturalmente non si parla di Bernadette di Lourdes, la mistica francese, canonizzata dalla Chiesa cattolica, nota per le 18 apparizioni mariane in una grotta del suo paese natale; e tuttavia qualcosa torna nel film, pure in forma di battuta, non fosse altro perché Bernadette Fox è un’architetta a suo modo “visionaria”, capace di predire e anticipare il futuro.

Siamo a Seattle, la patria di Microsoft, dove la donna, la figlia Bee e il marito programmatore Elgie vivono in una sontuosa dimora ottocentesca di campagna, in stile decadente chic-vintage, che cade letteralmente a pezzi (tra erbacce, rovi, infiltrazioni d’acqua, crepe varie). Bernadette, lo capiamo subito, non è una tipa facile. Porta occhialoni da diva, guida una vecchia Jaguar, ha modi scostanti, esercita un’ironia abrasiva su tutto; insomma una misantropa che combina pure seri pasticci con Internet (vedrete fino a che livello) e sembra a un passo dal crollo nervoso.

Quando la figlia propone ai suoi genitori un viaggio in Antartide come premio per la pagella perfetta, Bernadette si getta eroicamente nei preparativi. Ma reggerà lo stress? Infatti la donna, che fu archistar celebrata prima di ritirarsi a Seattle dopo un fallimento professionale, scappa dalla finestra lasciando tutti in ambasce. Eppure qualche traccia pare portare proprio in Antartide…

Il film, come il romanzo epistolare da cui è tratto, celebra ovviamente l'istinto di fuga che cova, forse, dentro ognuno di noi. Bernadette è infelice a Seattle, ha rinunciato a sé stessa in favore di un ruolo, la madre in esclusiva, che ha spento la sua esplosiva creatività, facendo di lei una donna insopportabile, forse addirittura da curare con gli psicofarmaci.

“Sapete perché il cervello ridimensiona le cose? Per sopravvivere, è un meccanismo al ribasso” sentiamo dire a un certo punto. Sta qui la chiave del film, perché Bernadette, stanca di ragionare “al ribasso” cercando di scansare il fragore assordante delle cose inutili, forse ha solo bisogno di tornare di pensare in grande.

Se all’inizio Cate Blanchett sembra un po’ fare il verso alla “Blue Jasmine” di Woody Allen, un poco alla volta l’attrice, qui coi capelli scuri, gli occhiali e la frangetta alla Anna Wintour, trasforma la sua Bernadette in un enigma, tra buffo e doloroso, immerso in una coltre di caos. Ruolo rischioso, ma, come si diceva, Linklater arpeggia con fantasia sulla tastiera eccentrica, sicché alla fine accetti volentieri la più improbabile delle soluzioni.

Bill Crudup e Emma Nelson sono il marito e la figlia, perfetti, ma si intonano al clima generale anche Kristen Wiig, Judy Greer e Laurence Fishburne. Si esce dal film, contrappuntato dalle note di “Time After Time”, con un sorriso, pensando alle prigioni immaginarie che talvolta ci costruiamo addosso, timorosi di evadere, magari solo per quieto vivere.

PS. In originale Cate Blanchett fa un lavoro certosino sulla pronuncia americana, rapida e sferzante; ma la doppiatrice Roberta Greganti le sta dietro abbastanza bene
.

La recensione di Michele Anselmi per Siae

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