C’È DEL MARCIO NEL NORD-EST: “VILLETTA CON OSPITI” E PISTOLA, DE MATTEO FA UN NOIR (NON A TESI) SULLA LEGITTIMA DIFESA
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C’È DEL MARCIO NEL NORD-EST: “VILLETTA CON OSPITI” E PISTOLA, DE MATTEO FA UN NOIR (NON A TESI) SULLA LEGITTIMA DIFESA

Ivano De Matteo, romano, 54 anni, fa cinema partendo sempre, così gli piace ripetere, da una domanda esistenziale rivolta a sé stesso: “Che cosa farei se mi accadesse una cosa del genere?”. Di solito cose brutte, che si annidano nelle pieghe di una società opulenta o degradata, talvolta piccolo borghese; il dilemma morale si raddensa un po’ alla volta con effetti deflagranti sui personaggi e ricadute tragiche, sbullonando volentieri le idee “progressiste” dei personaggi. Succede quasi sempre nei film di De Matteo, penso a “La bella gente” o “I nostri ragazzi”, il che fa di lui un cineasta interessante, fuori da certi giri alla moda, anche un po’ scorbutico nella determinazione di raccontare storie infisse “nella realtà che ci circonda”.

Adesso esce, giovedì 30 gennaio, il suo nuovo “Villetta con ospiti”, distribuito da Academy 2, prodotto da Rodeo Drive e Raicinema. Alla base c’è, vagamente, un truce fatto di cronaca raccontato da “Chi l’ha visto?” e accaduto a Ladispoli nel 2015; ma naturalmente De Matteo, insieme alla compagna e sceneggiatrice Valentina Ferlan, reinventa alla sua maniera la vicenda per affrontare un argomento piuttosto scottante: l’uso personale in casa delle armi da fuoco, limiti ed eccessi della legittima difesa.

Possibile che il film vada un po’ di traverso ai leghisti, non fosse altro perché ambientato nel ricco Nordest, dalle parti di Bassano del Grappa: una scelta che si direbbe non casuale benché non esplicitamente polemica, caratterizzante.

Il titolo di sapore un po’ teatrale, infatti viene da pensare a “Paesaggio con figure” di Ugo Chiti, delimita un luogo e una situazione. Una madre spaventata spara di notte a un’ombra che si aggira per la villetta in questione. Diletta, moglie frustrata e infelice di un romano furbetto che la tradisce volentieri, vive sul filo della crisi di nervi. È ricca, l’azienda vitivinicola di famiglia va bene, ma tutto sembra andarle storto, e lei si riempie di calmanti per non farsi divorare dall’angoscia. Per proteggere i due figli mentre il marito era fuori, diciamo per lavoro, ha tirato due colpi e quasi ucciso un giovanotto, usando una pistola “sporca”. Perché era lì quell’intruso? Voleva davvero rubare? Si profila uno scandalo, troppe spiegazioni da dare, e intanto, mentre il poveraccio agonizza, la ricca dimora si riempie di “ospiti” interessati a salvare il buon nome della famiglia Tavanin.

Il film è diviso, visivamente e sul piano stilistico, in due parti: la giornata che precede l’incidente, con la presentazione dei personaggi, talvolta in una chiave quasi di commedia asprigna; la notte che ingoia ogni scrupolo e porterà a una soluzione non proprio commendevole. Perché, come sentiamo in sottofinale, “certe cose meglio non dirle mai”.

De Matteo spiega di aver rivisto “Signori & signore” di Pietro Germi (lì si era a Treviso) prima di mettere in scena certe dinamiche di provincia, tra piccoli segreti, maldicenze e ipocrisie, vizi più o meno capitali, il tutto al suono di ariose melodie jazz; poi, appunto, arriva “l’odore della notte” e qualcosa del cinema nero di Claudio Caligari forse echeggia nel serrato confronto intorno al moribondo. Fuori, nel bosco, la natura sembra feroce e bellissima allo stesso tempo.

Avrete capito che nessuno è innocente, moralmente, in “Villetta con ospiti”, con l’eccezione di una madre rumena che assiste, attonita, alla macabra costruzione di una versione plausibile. Lei è incarnata da Cristina Flutur, che ha imparato l’italiano in pochi giorni per girare in presa diretta; mentre il ricco contorno è coperto da Michela Cescon, Marco Giallini, Massimiliano Gallo, Bebo Storti, Vinicio Marchioni, Erica Blanc, Ioan Tiberiu Dobrica e Monica Billiani, rispettivamente nei ruoli di Diletta, del marito Giorgio, del poliziotto napoletano piuttosto ambiguo, del medico troppo goloso, del prete non proprio casto, della vecchia madre tiranna, del rabbioso figlio rumeno e della figlia autolesionista.

Io preferisco la prima parte, che mi sembra ben risolta sul piano drammaturgico e sociologico, più insinuante; ma il film, quasi a forma di imbuto e ben fotografato da Maurizio Calvesi, necessita della seconda per colpire il bersaglio (tra destino malefico e lotta di classe).

PS. Il caso vuole che pochi giorni fa sia stato assolto a Lodi, “perché il fatto non sussiste”, l’oste Mario Cattaneo accusato di aver ucciso un ladro rumeno che era entrato nella sua proprietà per derubarlo.

 

La recensione di Michele Anselmi per Siae

 

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