APPLAUSI DA LEONE PER “NOMADLAND” CON FRANCES MCDORMAND; IL FILM AZERO CITA MORETTI IN VESPA TRA UNA MORTE E L’ALTRA
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APPLAUSI DA LEONE PER “NOMADLAND” CON FRANCES MCDORMAND; IL FILM AZERO CITA MORETTI IN VESPA TRA UNA MORTE E L’ALTRA

Una legge non scritta della Mostra del cinema, spesso confermata dai fatti, dice che il Leone d’oro scaturisce dai film programmati nelle ultime giornate, in vista della premiazione (sabato 12 sera in diretta tv su Rai Movie). Andrà così anche stavolta? Dopo il notevole “Nuevo Orden”, perlopiù disdegnato dai critici ma apprezzato dai festivalieri, è arrivato in sottofinale l’americano “Nomadland” dell’anglo-cinese Chloé Zhao, tutto costruito sul viso e sul corpo non artefatti della 63enne Frances McDormand, attrice magnifica, qui pure coproduttrice, oltre che moglie di uno dei fratelli Coen.  

Passato al Lido in contemporanea col festival di Toronto, il film è una ballata amarognola, itinerante, pure molto toccante, che riflette nello spirito a una delle canzoni che sentiamo intonare attorno a fuoco, col testo ritoccato, ossia “On the Road Again” di Willie Nelson.

“Non sono una homeless, sono una senza casa” replica indispettita la non più giovane e vedova Fern. Abitava a Empire, cittadina di poche anime che prosperava sull’industria del cartongesso; ma col crollo della domanda tutti se ne sono andati, sicché lei, sola e disoccupata, sale sul vecchio furgone ribattezzato “Vanguard” e se ne va, non sapendo bene verso dove.

Strada facendo lavora a tempo in un magazzino di Amazon, poi si dirige dove fa più caldo, in Nevada, per aggregarsi a una comunità di “nomadi” pilotata da un guru soave e barbuto che si chiama Bob Wells (esiste davvero e recita in qualche scena).

Il film, tratto da un libro di Jessica Bruder, segue la vita randagia di Fern: tra incidenti di percorso, notti al freddo, confessioni di donne, momenti di sconforto, accensioni di felicità. Pare fiorire anche una storia d’amore con un premuroso e goffo coetaneo in fuga da tutto, incarnato dal sempre bravo David Strathairn. Così il “nomadismo”, sulle prime imposto dagli eventi, diventa per lei un’alternativa esistenziale, oltre che economica, alla cosiddetta “tirannia del dollaro”. A un certo punto proverà pure a dormire in una stanza, su un letto normale, ospite di amici affettuosi, ma in fondo non vede l’ora di tornare nel suo “van” personalizzato, essenziale.

Donna in carne ossa e archetipo americano insieme, Fern trova in Frances McDormand un’interprete straordinaria per adesione e intensità; capelli tagliati corti, neanche un’ombra di trucco, consunto giaccone Carhartt del marito, jeans o salopette, felpa sotto le coperte d’inverno e larga veste bianca d’estate su sandali Birkenstock, la novella pioniera si muove in quei panorami imponenti, millenari, rocciosi, con l’aria di chi ha trovato un antidoto alle malinconie e ai rimpianti, soprattutto ai morsi della nostalgia. Sarà vero? Chissà: ma resta nello spettatore un senso di bellezza, curiosità e spaesamento, scandito dalle minimaliste partiture pianistiche del nostro Ludovico Einaudi.

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Un classico film da festival è invece l’azero “Səpələnmiş ölümlər arasında”, per il quale sarà meglio usare il titolo internazionale, cioè “In Between Dying”, ovvero “Tra una morte e l’altra”. Alla voce “produttore esecutivo” compare il nome di Danny Glover, e vai a sapere se sia proprio l’attore nero di “Arma letale”. Il regista Hilal Baydarov allestisce una sorta di cine-poema visivo bombardato da una melodia ipnotica folk-elettronica, in bilico tra elegia amorosa, metafora spirituale e strambo road-movie.

Siamo a Baku, in Azerbaigian. Il trentenne Davud maltratta la mamma inferma bisognosa di medicine, gira in motoretta con una ragazza alla quale piacciono le “canne”, uccide forse per errore con una revolverata un balordo, deve darsi alla fuga inseguito da tre sicari alquanto maldestri.

 Il fatto è che Davud sembra “toccato” da un dono non so quanto speciale: chiunque incontri nella sua fuga, muore. Specie donne infelici, in fuga da mariti maneschi, colpite dalla rabbia canina, pronte a farsi seppellire vive. “Ovunque andiamo qualcuno crepa” riflette uno dei tre inseguitori, il più meditabondo. E intanto, come in “Caro diario” di Nanni Moretti, Davud viene ripreso da dietro, alla faccia del pubblico estenuato, mentre guida il suo scooter in quei paesaggi montani nebbiosi, battuti dalla pioggia.

Potremmo definirlo un film lutulento, per quanto è impregnato di fango. Tutto è fortemente simbolico, esteticamente ricercato, spesso incomprensibile in questa caccia all’uomo “sulle possibilità dell’amore”. Il regista è allievo dell’ungherese Béla Tarr, cita il cinema di Bresson, e alla fine, nella bizzarra successione degli eventi mortiferi e delle sequenze a camera fissa, qualcosa di suggestivo resta. Ma non saprei dire cosa.

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Il direttore Barbera ha largheggiato un po’ negli “special screenings” fuori concorso. D’accordo che il rapporto tra cinema d’autore e serialità televisiva è sempre più stretto, imprescindibile, ma “30 Coins”, ovvero “30 monete”, quelle di Giuda, si poteva tranquillamente rispedirlo al mittente. Trattasi di una serie di otto puntate di HBO Europa, scritta e diretta dal regista spagnolo Álex de la Iglesia, oggetto di un discreto culto cinefilo a causa dei suoi horror.  Al Lido è passato il primo episodio, lungo 78 minuti, mi pare nell’indifferenza generale.  

“Dio e il Diavolo possono essere considerati aspetti della stessa entità” dice il regista di “El dia de la Bestia”. Sai che novità? In una cittadina rurale spagnola una mucca partorisce un bambino, che un po’ strano è: a due giorni già cammina, subito dopo cambia pelle e si trasforma in una specie di ragno gigante tipo Alien. C’è lo zampino di Satana?

Tutto sembra rinviare a un lontano esorcismo effettuato in Italia anni prima da padre Vergara, un parroco barbuto già pugile e detenuto. Il tono è farsesco, si parla a cavolo di eresie, un’invasata cambia voce e fa volare le persone. Boh!  Incuriosisce però un frullato a base di latte intero e fegato umano.

  

La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 11

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