Altri tempi, altri miti: la 16^ Quadriennale di Roma
Vivaverdi
di Bianca Stoppani

Altri tempi, altri miti: la 16^ Quadriennale di Roma

L’arte italiana in mostra nella capitale tra modernità e contemporaneità

Mercoledì 12 ottobre 2016 ha aperto al pubblico la 16esima Quadriennale d’Arte “Altri tempi, altri miti” al Palazzo delle Esposizioni, Roma. È stato un momento di importante riflessione per la scena artistica italiana e, considerate le moltissime persone presenti all’inaugurazione, anche di forte partecipazione.

Voluta per la prima volta nel 1931 dall’artista e politico Cipriano Efisio Oppo, la Quadriennale d’Arte (‘Nazionale,’ secondo la dicitura dell’epoca) voleva essere ogni quattro anni una ricognizione istituzionale sull’arte italiana del momento. Sin dalla prima edizione, il luogo deputato è stato il Palazzo delle Esposizioni a Roma, un edificio neoclassico progettato dall’architetto Pio Piacentini, e che si affaccia su via Nazionale dal 1883.

Altri tempi, altri miti” il titolo di questa sedicesima edizione, proviene dalla raccolta di articoli dello scrittore Pier Vittorio Tondelli Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta (1990), dove egli ha raccontato gli scenari di quel decennio nella provincia italiana, dall’arte alla moda, alla letteratura, alla musica.

La stessa frammentarietà dell’opera di Tondelli si ritrova, non a caso, nelle dieci sezioni espositive sviluppate al piano terra del Palazzo delle Esposizioni. Nella sala centrale della Rotonda si svolge invece il programma di performance.

Il processo di selezione dei curatori, a metà tra un invito e un bando, ha visto confermare nel loro ruolo Simone Ciglia e Luigia Lonardelli, Michele D’Aurizio, Luigi Fassi, Simone Frangi, Luca Lo Pinto, Matteo Lucchetti, Marta Papini, Cristiana Perrella, Domenico Quaranta, e Denis Viva. Ognuno di loro ha ragionato su un’attitudine o un tema o una modalità individuata negli artisti italiani, portando così alla luce urgenze e chiavi di lettura personali.

Il lavoro di Husni-Bey indaga non solo la creazione e l’esercitazione del potere, ma anche l’influenza di strutture sociali predeterminate, utilizzando quel meccanismo duplice a cui la mostra di Fassi sembra faccia spesso riferimento.

“La Democrazia in America”, "Lo Stato delle Cose", "De Rerum Rurale"

La Democrazia in America”, a cura di Luigi Fassi, è un progetto di mostra che prende il nome da un’opera di Alexis Tocqueville. Nel 1831, il diplomatico francese viene mandato dal governo francese negli Stati Uniti con l’obiettivo di stilare un rapporto sul sistema carcerario statunitense. Tocqueville rimane affascinato dal sistema politico-sociale statunitense e, una volta tornato in Francia nel 1835, ne scrive un trattato, analizzando la rivoluzione democratica e la diffusione dei princìpi di uguaglianza. Con uno sguardo duplice, che sembra voler guardare all’esterno per riflettere sull’interno, la mostra di Fassi coinvolge Alessandro Balteo-Yazbeck, Gianluca e Massimiliano De Serio, Nicolò Degiorgis, Adelita Husni-Bey, e Renato Leotta, artisti italiani nati tra gli anni Settanta e gli Ottanta che, insieme a Fassi, hanno voluto leggere la storia politica dell’Italia democratica alla luce del saggio di Tocqueville. Se da lì si estrapola il tema dell’uguaglianza, il video di Adelita Husni-Bey AGENCY - Giochi di Potere (2014) ne è un’esplorazione. Il video infatti documenta i tre giorni di workshop a cui alcuni studenti del Liceo Classico Manara di Roma sono stati invitati a partecipare, calandosi nei panni di politici, giornalisti, attivisti, banchieri e lavoratori.

Basato su un modello di workshop che viene spesso utilizzato nelle scuole superiori inglesi durante le lezioni di Educazione Civica, che vede gli studenti impersonare alcune categorie lavorative, il lavoro di Husni-Bey indaga non solo la creazione e l’esercitazione del potere, ma anche l’influenza di strutture sociali predeterminate, utilizzando quel meccanismo duplice a cui la mostra di Fassi sembra faccia spesso riferimento.

I lavori dell’artista italo-libanese sono presenti anche in “Lo Stato delle Cose” la mostra curata da Marta Papini, e in quella curata da Matteo Lucchetti, “De Rerum Rurale”. Nel primo caso, l’opera di Husni-Bey apre la serie di doppie personali (della durata di quindici giorni ciascuna) che costituiscono il funzionamento de “Lo Stato delle Cose.” Come suggerisce il titolo, Papini ha concepito il suo progetto di mostra come un incontro fenomenologico tra l’opera e lo spettatore, senz’altra sovrastruttura curatoriale che la scelta delle opere stesse. Invitato a ‘un esercizio di attenzione,’ lo spettatore si confronterà di volta in volta con due degli artisti coinvolti tra i quali Giorgio Andreotta Calò (nello stesso segmento temporale di Husni-Bey con la serie dei “Carotaggi,” 2016), Alberto Tadiello, Cristian Chironi, Yuri Ancarani, Margherita Moscardini, ed Elena Mazzi in collaborazione con Sara Tirelli[1].

Qui, l’installazione di Husni-Bey After the Finishing Line (2015) racconta la collaborazione dell’artista con un gruppo di atlete che abbiano avuto incidenti legati allo sforzo eccessivo a cui hanno sottoposto il proprio corpo. Interessata a esplorare lo stress fisico e mentale come causa ed effetto di un incidente nell’ambito sportivo – ma che potrebbe essere valido anche per un obiettivo non raggiunto nell’ambito sociale-lavorativo –, Husni-Bey presenta un video e quella che è stata la sua espansione successiva in un workshop con un fisioterapista, del quale la serie di poster in mostra sono il residuo: acetati semitrasparenti su cui sono delineate con una sottile pennellata acquosa e nera le silhouette dei partecipanti. All’interno dei confini dei corpi, un tratto arancione brillante da pennellessa indica i punti di sofferenza; mentre all’esterno si leggono delle considerazioni riguardo alla posizione di quei punti, cercando di contestualizzarla dentro la storia interiore della persona.

Nel secondo caso invece, White Papers: The Law (2015)[2] è un’opera composta da cinque grandi fogli bianchi su cui sono riportati gli articoli di una nuova Convenzione ideata dall’artista insieme a giuristi, squatter, accademici, persone senza permesso di soggiorno, attivisti e persone delle comunità di Utrecht, Amsterdam, Rotterdam e Maastricht, dove una serie di incontri si è svolta con l’obiettivo di pensare a un modo per contrastare la gentrificazione e i suoi effetti disumanizzanti, proponendo così una legiferazione sull’uso degli spazi liberi. In seguito, Husni-Bey è intervenuta sui fogli con evidenziazioni, cancellature e note a bordo pagina. L’opera si presenta montata in una struttura simile a un paravento, i cui pannelli in vetro conservano i fogli della Convenzione, non a caso forzando il visitatore ad un percorso obbligato attraverso lo spazio.

 

[1] Marta Papini, “Lo Stato delle Cose,” in Q16. Altri tempi, altri miti. Sedicesima Quadriennale d’Arte, (catalogo della mostra, Palazzo delle Esposizioni, Roma; 13 ottobre 2016 - 8 gennaio 2017), NERO Publishing, Roma 2016, p. 167. Purtroppo, considerato il costo del biglietto di ingresso alla Quadriennale, questo esercizio di attenzione potrebbe costare allo spettatore circa 40 Euro.

[2] I white papers sono quella tipologia di documenti prodotta dal governo britannico per la redazione di leggi future, e che in maniera ambigua invita i cittadini a esprimere le proprie opinioni a riguardo.

Un bersaglio critico che ritorna in altri lavori scelti da Lucchetti sono le pratiche e gli effetti del neoliberismo. Il progetto di mostra prende il suo titolo dall’opera di Lucrezio De Rerum Natura e, con uno slittamento semantico, indaga l’espansione della categoria del ‘rurale’ in Italia e le conseguenze dovute al suo progressivo consumo di suolo.

Come nella mostra curata da Fassi, un bersaglio critico che ritorna in altri lavori scelti da Lucchetti sono le pratiche e gli effetti del neoliberismo. Il suo progetto di mostra “De Rerum Rurale,” che vede coinvolti Nico Angiuli, Rossella Biscotti, Beatrice Catanzaro, Michelangelo Consani, Leone Contini, Luigi Coppola, Danilo Correale, Riccardo Giacconi e Andrea Morbio, Marzia Migliora, Moira Ricci, Anna Scalfi Eghenter, Marinella Senatore, e Valentina Vetturi, prende il suo titolo dall’opera di Lucrezio De Rerum Natura e, con uno slittamento semantico, indaga l’espansione della categoria del ‘rurale’ in Italia e le conseguenze dovute al suo progressivo consumo di suolo. Questa estensione diffusa e portata avanti da un preciso sistema politico-socio-economico si può ritrovare nella ricerca di Danilo Correale che, in The Great Sleeper (2016), ne esplora le pratiche che specificatamente vanno a intaccare la sfera personale e intima del sonno. 

‘Orestiade Italiana’ accoglie i momenti cruciali degli ‘appunti’ filmici di Pier Paolo Pasolini attraverso i quali Frangi si propone di elicitare le problematiche di costituzione soggettiva e identitaria rispetto a un Altro-da-sé, soprattutto nel contesto socio-politico italiano in cui la nostra storia coloniale è continuamente sminuita o cancellata dalla memoria collettiva.

"Orestiade Italiana"

La tematica fa parte di una ricerca più ampia che Correale svolge tra il 2014-2015 e che si è materializzata in un video e in un libro (No More Sleep No More, Archive Books, Berlino 2015), quest’ultimo presente nella sala di lettura che Simone Frangi ha allestito all’interno della mostra da lui curata “Orestiade italiana[1] . Lo spazio espositivo infatti è occupato da due grandi cubi assemblati con tavole di legno chiaro, e che sono accessibili dal loro corridoio di giuntura: il primo ospita appunto una sala di lettura con libri di Danilo Correale, Nicolò Degiorgis, e Armin Linke in collaborazione con Vincenzo Latronico; mentre il secondo, speculare rispetto al primo, ospita una sala di proiezione, dove i film di Riccardo Arena, Blauer Hase, Alessandra Ferrini, Francesco Fonassi, Invernomuto, Maria Iorio e Raphaël Cuomo, Giulio Squillacciotti e Camilla Insom, e Diego Tonus sono proiettati secondo un palinsesto orario. Fanno parte della mostra anche il film di Carlo Gabriele Tribbioli e Federico Lodoli Frammento 53 (2015), proiettato nell’auditorium del Palazzo delle Esposizioni, e la performance di Curandi Katz sulla ricerca del movimento di Masako Matsushita. A conclusione e semi-nascosta dietro ai cubi, la scultura in MDF, acciaio e magneti di Giovanni Morbin (L’angolo del saluto, 2006) si pone come cuneo affilato della mostra, materializzando l’angolo che il saluto fascista richiede a un braccio.

Orestiade Italiana” accoglie i momenti cruciali degli ‘appunti’ filmici di Pier Paolo Pasolini (Appunti per un’Orestiade Africana, 1970), attraverso i quali Frangi si propone di elicitare le problematiche di costituzione soggettiva e identitaria rispetto a un Altro-da-sé, soprattutto nel contesto socio-politico italiano in cui la nostra storia coloniale è continuamente sminuita o cancellata dalla memoria collettiva. Il progetto trova la sua sintesi visiva nelle efficaci “Note a margine” che Toni Hildebrandt ha elaborato in collaborazione con Alessandro Di Pietro, ovvero quattro diagrammi alle pareti della mostra riguardo alle idee di ‘Analogia senza Rimpatrio,’ ‘Allegoria senza malinconia,’ ‘Etica generica senza Identità’ e ‘Via d’uscita,’ che costituiscono l’impianto curatoriale del progetto di Frangi.

 

[1]Una menzione speciale va al progetto di Frangi per aver smaterializzato la mostra così da convertire i costi di trasporto e assicurazione in una fee per gli artisti che ha invitato.

Se la maggior parte degli artisti in ‘Cyphoria’ indaga le esperienze individuali nella cybersfera, dove la fisicità e la vicinanza di corpi umani non sono rilevanti, verrebbe tuttavia da chiedersi se questo allestimento non sia meramente una sovrastruttura curatoriale.

"Cyphoria"

Dalla crasi di cyber e dysphoria nasce il titolo della sezione di mostra curata da Domenico Quaranta. “Cyphoria” presenta un gruppo di artisti (Alterazioni Video, Enrico Boccioletti, Mara Oscar Cassiani, Paolo Cirio, Roberto Fassone, Giovanni Fredi, Elisa Giardina Papa, Kamilia Kard, Eva e Franco Mattes, Simone Monsi, Quayola, Federico Solmi, Marco Strappato, e Natália Trejbalová) che lavorano su preoccupazioni, estetiche e dinamiche proprie di Internet. I lavori sono allestiti in maniera tale da addensare lo spazio, non solo banalizzando la loro presenza fisica nella mostra, ma anche la loro fruizione da parte del pubblico.

Se la maggior parte di essi indaga le esperienze individuali nella cybersfera, dove la fisicità e la vicinanza di corpi umani non sono rilevanti, verrebbe tuttavia da chiedersi se questo allestimento non sia una sovrastruttura curatoriale ridondante. Il progetto Angelo Azzurro (2014) di Enrico Boccioletti è un’installazione che si compone di un video di 30 minuti, e di alcuni dei materiali scenici usati per la realizzazione degli scenari dove un cocktail distruttivo e affascinante come l’Angelo Azzurro viene declinato in undici ritratti di altrettanti filosofi e pensatori che hanno scelto il suicidio come uscita anticipata dalla comunità di appartenenza: Walter Benjamin, Empedocle, Guy Debord, Gilles Deleuze, André and Dorine Gorz, Paul Lafargue and Laura Marx, Nicos Poulantzas, Seneca, Socrate, Alan Turing, e Simone Weil. Questi ritratti scandiscono il video insieme a riprese televisive di un’intervista a Gilles Deleuze, di ragazzi in discoteca che ballano la musica techno e di capi di stato europei che si stringono le mani, filmati stock promozionali della moneta unica, immagini del G8 a Genova e del modello Europa della marca di automobili Lotus e ritagli di Matisse, accompagnati da varie tracce Eurodance come colonna sonora.

Il lavoro di Boccioletti riflette sulla generazione degli Eurokids, quelli nati con il sogno avverato di una libera circolazione interna al continente e che per la loro natura non considerano che questa situazione sia possibile solo tramite un rafforzamento delle barriere esterne – perché, dopotutto, un interno esiste se c’è un esterno (e viceversa). Inoltre, la presenza in mostra di questo lavoro datato 2014, con i suoi riferimenti all’Unione Europea e alla scarsa fiducia in essa, porta a chiedersi se lo stabilire un’analogia piuttosto amara tra l’idea del suicidio e la scelta del Regno Unito di uscire dall’UE sia appropriato o meno.

Il lavoro di Boccioletti riflette sulla generazione degli Eurokids, quelli nati con il sogno avverato di una libera circolazione interna al continente e che per la loro natura non considerano che questa situazione sia possibile solo tramite un rafforzamento delle barriere esterne – perché, dopotutto, un interno esiste se c’è un esterno (e viceversa).

“I Would Prefer Not to / Preferirei di no. Esercizi di sottrazione nell’ultima arte italiana”

È interessante notare che le tematiche di rinuncia a un sistema consolidato sono state epitomate dalla sezione espositiva a cura di Simone Ciglia e Luigia Leonardelli, il cui titolo “I Would Prefer Not to / Preferirei di no. Esercizi di sottrazione nell’ultima arte italiana” si riferisce alla celebre risposta dello scrivano melvilliano Bartleby nei confronti della vita attiva. All’ingresso della mostra campeggia nell’aria Untitled (Open) (2012), l’insegna al neon del collettivo Claire Fontaine che recita “NOPE” [No]. In realtà un anagramma della parola ‘OPEN’ [aperto/a], il lavoro si pone in un atteggiamento ambiguo, tra l’affilato antagonismo a livello semantico e l’ammiccante resa formale da diner statunitense. All’interno dello spazio della mostra si trovano invece i lavori di Mario Airò, Rosa Barba, Massimo Bartolini (con la coppia di fogli A4 in alabastro Left Page, Right Page, 2016), Gianfranco Baruchello (con la mappatura de L’insurmontable, 2015), Matteo Fato, Anna Franceschini, Chiara Fumai, Invernomuto, Cesare Pietroiusti, Nicola Samorì, Luca Trevisani e Luca Vitone (con l’acquerello di polvere su carta Chambres (Studio Milano), 2016).

‘Ehi, voi!’, il progetto di mostra di Michele D’Aurizio, vede coinvolti venti artisti e due collettivi a raccontare e a raccontarsi tramite il linguaggio del ritratto, che sia di un altro o di sé, che sia veritiero o fittizio.

"Ehi, voi!", “Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti”, “La Seconda Volta”, "Periferiche"

Non per sottrazione, ma per sublimazione opera invece “Ehi, voi!”, il progetto di mostra di Michele D’Aurizio, che vede coinvolti venti artisti (Alessandro Agudio, Francesco Cagnin, Costanza Candeloro, DER Sabina, Alberto Garutti, Massimo Grimaldi, Dario Guccio, Corrado Levi, Marcello Maloberti, Michele Manfellotto, Beatrice Marchi, Diego Marcon, Francesco Nazardo, Giulia Piscitelli, Carol Rama, Andrea Romano, Davide Stucchi, Patrick Tuttofuoco, Francesco Vezzoli, Italo Zuffi) e due collettivi (Gasconade e momentum) a raccontare e a raccontarsi tramite il linguaggio del ritratto, che sia di un altro o di sé, che sia veritiero o fittizio. Sicuramente il progetto più sperimentale da un punto di vista allestitivo, i lavori tendenzialmente hanno colori tenui e sono disposti nello spazio per sovrapposizioni e sconfinamenti.

La sensazione è infatti quella di un sistema di concatenazione che D’Aurizio ha creato tra i lavori, quasi un sistema di supporto reciproco. Per esempio, i disegni di Costanza Candeloro, in cui la storia di Alice viene raccontata a matita su fogli di quaderno a righe (Alice’s Adventures Underground, 2014), sono disposti a lato dell’autoritratto di una diciannovenne Carol Rama e di un wall drawing di Francesco Cagnin (Inspiration... Chaque gorgée, une révélation, 2015). Oppure, i due film in 16 mm di Diego Marcon dalla serie “Untitled (Head Falling)” (2015), sono proiettati su una griglia di fogli bianchi: si tratta dei racconti dei partecipanti a “Le Petite Jeu,” una serie di workshop di scrittura creativa organizzati dal collettivo Gasconade (di cui D’Aurizio è co-fondatore) e il cui biancore risuona nei vicini Porta Bianca (2016), la serie di sei pannelli in cotone bianco a cui Dario Guccio ha applicato coppie o tris di silhouettes in cartone da restauro dello stesso colore. Oppure ancora, l’autoritratto su legno di Beatrice Marchi copre una delle sei fotografie Vestiti di arrivati (2015) di Corrado Levi.

Sembra esserci anche un altro filo rosso che percorre la mostra, quasi a voler rafforzare l'idea di interdipendenza che unisce questo gruppo di lavori e persone, e cioè il fatto che la maggior parte dei lavori sia costituita da due elementi o da multipli di due. Oltre ai già citati infatti, due sono i ritratti incastonati in altrettante cornici in ammonite fossile di Andrea Romano (Mizuki (Claque & Shill), 2016), i ritratti su iPad di Massimo Grimaldi, i banner del collettivo momentum e gli elementi che costituiscono Self-portrait as Marlene Dietrich in “The Song of Songs” (2016) di Francesco Vezzoli, e così via. Infine, due sono anche le sculture in sapone grigio-verde e con un’anima d’acciaio di Davide Stucchi (Heat Dispersion (Mattia and Davide), 2016). Qui, il materiale visibilmente poroso delle due figure umane e la loro posizione prona, quasi schematica, attribuiscono un tratto organico e malinconico, non solo alla moltitudine di identità presenti nella mostra di D’Aurizio, ma anche a quella presente nella Quadriennale.

Nelle altre sezioni, Luca Lo Pinto (“Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti” titolo che omaggia quello di una mostra di Marisa Merz) utilizza il potenziale enigmatico delle opere di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, Rä di Martino, Martino Gamper, Nicola Martini, Stargate, ed Emilio Villa, per costruire una loro possibile narrazione archeologica; Cristiana Perrella (“La Seconda Volta”) sembra promuovere una scelta curatoriale ecologica, privilegiando un ristretto numero di artisti come Alek O., Lara Favaretto, Martino Gamper, Marcello Maloberti, e Francesco Vezzoli che nelle loro opere utilizza materiali pre-esistenti; e Denis Viva in “Periferiche” coinvolge artisti come Emanuele Becheri, Paolo Gioli, Carlo Guaita, Paolo Icaro, Christiane Löhr, Maria Elisabetta Novello, Giulia Piscitelli, Michele Spanghero, che hanno scelto di operare in e di incarnare la condizione del policentrismo.

Illustrazione di Filippo Fontana

Bianca Stoppani

Ricercatrice, co-fondatrice dell’artist-run space Armada a Milano, e del progetto editoriale momentum. Bianca ha scritto per Mousse e Kaleidoscope.

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