ALABAMA 1998. UN AVVOCATO NERO, UN PROCESSO IMPOSSIBILE “IL DIRITTO DI OPPORSI” O LA VERA STORIA DI UN’INGIUSTIZIA
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ALABAMA 1998. UN AVVOCATO NERO, UN PROCESSO IMPOSSIBILE “IL DIRITTO DI OPPORSI” O LA VERA STORIA DI UN’INGIUSTIZIA

“Qui sei colpevole dalla nascita” scandisce il boscaiolo nero Walter “Johnny D.” McMillian, condannato alla sedia elettrica, senza tanti scrupoli e indagini approfondite, con l’accusa di aver ucciso una ragazza bianca diciottenne nella contea di Monroe, giù in Alabama, nel 1988. “Il diritto di opporsi”, nelle sale da giovedì 30 gennaio con Warner Bros, introduce subito lo spettatore nel clima umido e feroce, in buona misura ancora segregazionista, di quei tempi relativamente vicini.

Non sono gli anni Trenta di “Il buio oltre la siepe”, dal romanzo di Harper Lee ambientato proprio lì, nella cittadina di Monroeville, sia pure ribattezzata Maycomb dalla scrittrice; e neppure gli anni Sessanta di “Mississippi Burning” o “Green Book”. Eppure anche sul finire degli anni Ottanta le cose non sembravano granché migliorate nel vecchio Dixie sudista.

“Il diritto di opporsi”, in originale “Just Mercy”, ricostruisce una storia vera, verissima, per certi versi esemplare. Bryan Stevenson, un giovane avvocato nero del Delaware, laureatosi ad Harvard e destinato a redditizia carriera, molla tutto e si trasferisce in Alabama per dare una mano, insieme a una giovane attivista bianca subito minacciata, ai condannati afro-americani nel “braccio della morte”.

Naturalmente lo guardano tutti con sospetto, se non con riprovazione, anche perché lui vuole mettere in piedi un’organizzazione che chiamerà Equal Justice Initiave. Subito gli si parano davanti vari casi di condanne a morte controverse, basate su prove incerte e sicuri pregiudizi. Dopo una prima sconfitta, che lo lascia atterrito, Stevenson assume la difesa proprio di “Johnny D”, contro tutto e tutti, e ci vorranno sei anni per dimostrare l'innocenza del poveraccio.

Accadono tante cose nel film, secondo la tradizione dei legal-thriller di ambientazione sudista nati dalla penna di John Grisham; solo che qui si parla di persone reali, di registrazioni nascoste, di sceriffi fanatici, di balordi minacciati affinché dicano il falso, di giudici per nulla imparziali. Bisogna presupporre che il processo sia andato proprio come si vede sullo schermo, non fosse altro perché il vero Bryan Stevenson ha appena compiuto 60 anni e la sceneggiatura viene da un suo libro/reportage.

Il film, scritto e diretto dal regista Destin Daniel Cretton di origine hawaiana, è di quelli di forte impegno civile: classico nell’andamento, lungo due ore e venti, ricolmo di scene carcerarie strazianti o toccanti, con troppa musica spalmata e qualche enfasi di troppo legata alla crisi morale di due personaggi chiave. Naturalmente “Il diritto di opporsi” fa nomi e cognomi, documenta, mostra, spiega, restituendo la fetida aria del tempo (e le foto sui titoli di coda chiudono il cerchio).

Michael B. Jordan è più bello del vero Bryan Stevenson, ma ci sta al cinema; mentre Jamie Foxx è stato truccato per sembrare uguale sputato al povero McMillian. Brie Larson è l’impavida attivista bianca, mentre Tim Blake Nelson è portentoso nel rifare gesti, voce, handicap fisici e tic del testimone cruciale, tal Ralph Myers, puro “white trash” ma con un residuo di dignità. Purtroppo la sua inconfondibile dizione sudista andrà del tutto persa nel doppiaggio.

La recensione di Michele Anselmi per Siae

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