“SI VIVE UNA VOLTA SOLA”: VERDONE SCHERZA IN SALA OPERATORIA, LA COMMEDIA STAVOLTA È CORALE (NELLE SALE DAL 26 FEBBRAIO)
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“SI VIVE UNA VOLTA SOLA”: VERDONE SCHERZA IN SALA OPERATORIA, LA COMMEDIA STAVOLTA È CORALE (NELLE SALE DAL 26 FEBBRAIO)

Al cinema si può scherzare su tutto (diciamo quasi tutto), dunque anche sulla malattia, specie se ci si muove nell’ambito delle burle malandrine. Per la serie: chi la fa l’aspetti. A due anni da “Benedetta follia”, Carlo Verdone torna sugli schermi con una commedia più corale, nella quale divide la scena con Max Tortora, Anna Foglietta e Rocco Papaleo. Cambiano pure gli sceneggiatori, che ora sono Giovanni Veronesi e lo “storico” Pasquale Plastino, più in sintonia, si direbbe, con il comico romano rispetto all’ultracitazionista e cinefilo Nicola Guaglianone.

“Si vive una volta sola” allude, sin dal titolo proverbiale, al tono clinico/esistenziale del film, nelle sale con Filmauro e Vision Distribution da mercoledì 26 febbraio (ma oggi, con largo anticipo è stato presentato alla stampa). Non per niente i protagonisti formano una rodata équipe chirurgica di stanza all’ospedale romano San Carlo di Nancy. Nell’incipit, girato un po’ all’americana, vediamo addirittura papa Francesco, di spalle, mentre si intrattiene con il quartetto in vista di un piccolo intervento. Solo che i quattro, nella vita, appaiono tutt’altro che pii, in bilico come sono tra smacchi sentimentali, cialtroneria e solitudine.

A patire di più sembra essere l’anestesista Amedeo Lasalandra, cioè Papaleo, non fosse altro perché bersaglio quotidiano degli scherzacci in chiave “Amici miei” orchestrati per noia dai colleghi: che sono il prof Umberto Gastaldi, l’assistente Corrado Pezzella e l’attrezzista Lucia Santilli, rispettivamente incarnati da Verdone, Tortora e Foglietta. Ma anch’essi, instancabili nel tartassare lo sventurato collega, sono costretti a fermarsi quando un’analisi clinica di routine attesta la presenza di un micidiale glioblastoma. La prognosi è infausta, così i tre burloni pentiti decidono di far vivere all’ignaro Lasalandra, il quale già dà qualche segno di malessere, un’ultima memorabile vacanza sulle spiagge pugliesi. Strada facendo, al momento opportuno, gli diranno la verità.

La commedia è divisa in due parti: nella prima c’è il contesto romano utile a mettere a fuoco le scombinate vite private dei medici; nella seconda il viaggio picaresco sotto la canicola dove, in un clima venato di imbarazzo, il destino si incaricherà di farsi beffe alle spalle di tutti. Naturalmente c’è una sorpresa finale, non proprio imprevedibile ma ben costruita.

In confronto a “Benedetta follia”, questo nuovo “Si vive una volta sola” risulta più omogeneo e coerente sul piano dello stile, forse meno aggressivo e birichino sul piano squisitamente comico. Non manca una colorita battutaccia a sfondo sessuale che farà scattare l’applauso in sala (a lungo, pare, s’è discusso se metterla o no), ma in generale spira un’aria malinconica che il critico Mario Sesti definisce, pilotando la conferenza stampa, “di dolce rammarico”. Seguono riferimenti un po' troppo impegnativi al cinema di Pietro Germi e Antonio Pietrangeli.

Possibile che il copione originario fosse più asprigno, in linea con il noto cinismo toscano di Veronesi, infatti Verdone confessa di aver addolcito alcuni passaggi, magari per rendere più digeribile al grande pubblico il discorso sul tumore (benché non tutto, ripeto, sia come sembra).

Il quartetto è ben assortito, soprattutto Papaleo e Tortora recitano in amabile scioltezza, replicando ma non troppo certi tic del passato; Foglietta, per i miei gusti personali, fa un po’ troppe facce e faccette, mentre Verdone conduce il gioco con la consueta perizia, arpeggiando su consolidate note vocali/gestuali. Non male come scoperta, in ogni senso, l’esordiente Mariana Falace: la sua esuberanza fisica, unita alla disinvoltura sessuale, rovinerebbe il sonno a qualsiasi padre, figurarsi al prof perbenista che la vede in tv col sedere di fuori.

 

La recensione di Michele Anselmi per Siae

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