“NOUR” OVVERO LA VITA A LAMPEDUSA, CASTELLITTO FA BARTOLO PER TRE GIORNI AL CINEMA DA LUNEDÌ 10, POI DAL 20 SU SKY
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“NOUR” OVVERO LA VITA A LAMPEDUSA, CASTELLITTO FA BARTOLO PER TRE GIORNI AL CINEMA DA LUNEDÌ 10, POI DAL 20 SU SKY

Il film è dedicato “a Ermanno”, cioè Ermanno Olmi, il regista scomparso nel 2018. Al tema dei migranti Olmi dedicò uno dei suoi ultimi film, “Il villaggio di cartone”, e non sorprende quindi che l’amico-allievo Maurizio Zaccaro, coinvolgendo due figli del cineasta bergamasco, la produttrice Elisabetta e il direttore della fotografia Fabio, riprenda il discorso, naturalmente in una chiave diversa. “Nour” esce nelle sale con Vision Distribution, come evento speciale, il 10, 11 e 12 agosto, poi sarà su Sky dal 20 di questo stesso mese. Consiglio di vederlo, perché è girato e recitato bene, dice cose ragionevoli su un argomento così delicato, anche fortemente “divisivo”, pesca nella realtà, nel senso che è una storia vera tratta dal libro “Lacrime di sale” scritto dal noto medico siciliano Pietro Bartolo, da pronunciarsi con l’accento sulla o.

E proprio Bartolo appare nel film incarnato da Sergio Castellitto, che ne restituisce un po’ l’accento siculo, i modi cordiali, il tratto paterno, forse anche una certa nobile rassegnazione di fronte alla tragedia epocale degli sbarchi. C’è una bella battuta, in sottofinale, che dice molto, se non tutto. Un vecchio di Lampedusa domanda al medico, vedendolo passeggiare sulla alte scogliere dell'isola: “Pietro che fai qui?”; e lui risponde allargando le braccia: “Aspetto”.

Il rischio era di farne un ritratto un po’ agiografico, ma Zaccaro si destreggia con cura, preferendo, coi suoi sceneggiatori, adottare il punto di vista di una bambina siriana, Nour al-Shabi, salvata nottetempo dalle acque oleose per via della nafta grazie a due turiste che guardano le stelle e a un pescatore che subito interviene. Gran massa di capelli, sguardo fiero, una consumata audiocassetta musicale a mo’ di amuleto e qualche soldo per sopravvivere, Nour non si fida di nessuno: ha perso il padre, ucciso da un colpo di fucile, durante la fuga, e la madre è rimasta a terra, in Libia, per orribile scelta dello scafista che ora si nasconde tra i naufraghi.

Bartolo cura i feriti e li rassicura, si occupa pietosamente dei morti, mette bocca sulla destinazione futura di quei poveretti, spesso forzando le procedure burocratiche. Sarà perché tutti gli vogliono bene a Lampedusa, anche i soldati e i carabinieri che ogni tanto chiudono un occhio. Il dilemma del film, anche il suo nucleo drammaturgico, è semplice: lasciare andare Nour nel centro di Palermo destinato ai bambini arrivati soli o “adottarla” per qualche giorno nella speranza di rintracciare la madre forse in viaggio verso qualche altra destinazione?

Il film sfodera un andamento quieto, registra i fatti, le incombenze sanitarie, elogia il lavoro svolto da Radio Delta Lampedusa, descrive la vita nel centro di prima d’accoglienza, i battibecchi amichevoli col prete locale, introduce il personaggio della bella giornalista free-lance approdata sull’isola insieme al suo fotografo, un po’ cinico, un tempo di sinistra, ormai forse leghista. Qua e là i dialoghi suonano un po’ troppo “scritti”, programmatici, pure nella ripartizione delle diverse posizioni in campo, ma emerge in generale un racconto riuscito, non retorico, che fa i conti con il cupo destinato di quei derelitti che, per dirla con Bartolo, “vivono per pagarsi la morte”.

Castellitto, magari un troppo ben vestito, si immerge con sensibilità e convinzione nel ruolo non facile di Bartolo, il medico buono; mentre il versante femminile è servito da Linda Mresy, Raffaella Rea e Valeria D’Obici, rispettivamente nei ruoli della piccola Nour, della giornalista e della mediatrice culturale.

Solo un'annotazione. A un certo punto Bartolo scandisce: “Destra, sinistra… Io non faccio politica”. Però oggi fa politica, eccome, essendo europarlamentare eletto nelle liste del Pd.

 

Michele Anselmi per Siae.it

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