“NOMADLAND”, LA STRANA VITA ON THE ROAD DEI NUOVI POVERI. DAL 29 APRILE IN ALCUNI CINEMA, IL GIORNO DOPO SU DISNEY+
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“NOMADLAND”, LA STRANA VITA ON THE ROAD DEI NUOVI POVERI. DAL 29 APRILE IN ALCUNI CINEMA, IL GIORNO DOPO SU DISNEY+

“See You Down the Road”, più o meno “ci si rivede per strada”: è il saluto che ricorre in “Nomadland”, il bel film, per nulla “buonista” e rassicurante al contrario di quanto si legge, vincitore domenica scorsa di tre Oscar nelle categorie principali. L’ha diretto la regista anglo-cinese Chloé Zhao, costruendolo per intero sul viso e il corpo non artefatti della 63enne Frances McDormand, attrice magnifica, qui pure coproduttrice, oltre che moglie di uno dei fratelli Coen. Trattasi, come ormai saprete, di una ballata amarognola, itinerante, pure toccante (si parla dei nuovi poveri americani), che riflette nello spirito una delle canzoni che sentiamo intonare attorno a fuoco da questi moderni Tom Joad, sia pure con testo ritoccato, ossia “On the Road Again” di Willie Nelson.

Alla Mostra di Venezia, dove vinse il Leone d’oro, “Nomadland” fu accolto con una certa freddezza da parecchi critici, non dal sottoscritto in verità; adesso toccherà al pubblico esprimere un parere: lo si può vedere dal 29 aprile in alcune delle non molte sale riaperte e dal giorno dopo, senza spesa aggiuntiva, su Star, all'interno di Disney+.

Siamo nel 2011. “Non sono una homeless, sono una senza casa” replica indispettita la non più giovane e vedova Fern. Abitava col marito operaio a Empire, cittadina di poche anime che prosperava sull’industria del cartongesso; ma col crollo della domanda tutti se ne sono andati, sicché lei, sola e disoccupata, sale sul vecchio furgone ribattezzato “Vanguard” e se ne va dal Nevada, non sapendo bene verso dove.

Strada facendo lavora a tempo in un magazzino di Amazon, poi si dirige giù al Sud, dove fa più caldo per aggregarsi a una comunità di “nomadi” pilotata da un guru soave e barbuto che si chiama Bob Wells (esiste davvero e recita in qualche scena). 

Il film, tratto da un libro tra reportage e romanzo di Jessica Bruder pubblicato in Italia da Edizioni Clichy, segue la vita randagia di Fern: tra incidenti di percorso, notti al freddo, piccoli baratti, confessioni di donne, momenti di sconforto, accensioni di felicità, lavoretti stagionali nell’agricoltura o nel turismo. Pare fiorire anche una storia d’amore con un premuroso e goffo coetaneo in fuga da tutto, incarnato dal sempre misurato David Strathairn. A un certo punto arriva anche il confronto con la sorella minore: un momento ad alta intensità emotiva, benissimo risolto.

Così il “nomadismo”, sulle prime imposto dagli eventi, diventa per lei un’alternativa esistenziale, oltre che economica, alla cosiddetta “tirannia del dollaro”. In sottofinale, accolta affettuosamente dall’amico che forse la ama, Fern proverà a dormire in una stanza accogliente, su un letto normale, ma in fondo non vede l’ora di tornare nel suo “van”: personalizzato, essenziale, amico. 

Donna in carne ossa e archetipo americano insieme, Fern trova in Frances McDormand un’interprete prodigiosa per adesione e intensità; capelli tagliati corti, consunto giaccone Carhartt del marito, jeans o salopette, felpa sotto le coperte d’inverno e larga veste bianca d’estate su sandali Birkenstock, la novella pioniera si muove in quei panorami imponenti, millenari, rocciosi, con l’aria di chi ha trovato un antidoto alle malinconie e ai rimpianti, soprattutto ai morsi della nostalgia. Sarà solo un’illusione? Chissà. 

In ogni caso resta nello spettatore un senso di bellezza, curiosità e spaesamento, e forse una domanda s’affaccia: “Potrei mai pensare di vivere così?”. Scandito dalle minimaliste partiture pianistiche del nostro Ludovico Einaudi, il film non indica un percorso particolare, racconta solo una storia possibile, infatti sui titoli di coda passa una canzone di Cat Clifford il cui titolo dice tutto: “Drifting Away I Go”.

 

Michele Anselmi per SIAE.IT

 

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