“MARTIN EDEN” IN UNA NAPOLI SENZA TEMPO: ASSAI BRAVO MARINELLI, MA IL CINEMA-CINEMA SCENDE IN CAMPO CON “THE KING” SU ENRICO V
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“MARTIN EDEN” IN UNA NAPOLI SENZA TEMPO: ASSAI BRAVO MARINELLI, MA IL CINEMA-CINEMA SCENDE IN CAMPO CON “THE KING” SU ENRICO V

La Mostra di Michele Anselmi per Siae / 7

Che ci fa lo storico dannunziano Giordano Bruno Guerri in “Martin Eden”, secondo film italiano a scendere in gara alla 76ª Mostra veneziana? Forse per la pelata, interpreta una specie di Mussolini interventista, e poco importa che le date non tornino. Il regista Pietro Marcello proprio non se ne cura, mischiando abiti e contesti storici, arredi e strettoie politiche, automobili e battaglie socialiste, dando del celebre romanzo di Jack London (1909)  una versione molto libera, all’insegno del più fantasioso sincretismo. Non più San Francisco ma una Napoli portuale, scossa da tumulti e affogata nella miseria, benché nei quartieri alti si viva da nababbi, come se il tempo si fosse fermato alla Belle Époque.

Il regista casertano, fattosi molto apprezzare per “Bella e perduta”, dice di essersi ispirato a quel libro, non nuovo al cinema e alla tv, perché “è il romanzo degli autodidatti, di chi ha creduto nella cultura come strumento di emancipazione e ne è stato, in parte, deluso”. Un romanzo a suo modo profetico, infatti il film fa attraversare al giovane marinaio un bel pezzo del Novecento italiano, appunto senza coordinate temporali, in una sorta di “crasi” (parola del regista) che spiazza. Ma una volta capita la prospettiva, tutto si chiarisce.

Sulla falsariga della pagina scritta, Marcello racconta la parabola del suo Martin Eden: orgogliosamente individualista, vicino al popolo ma scettico verso la militanza socialista; un uomo, per dirla con Stenio Solinas, che “agisce solo per sé stesso, combatte solo per sé stesso, e muore, in fondo, solo per sé stesso”.

Martin salva da un pestaggio il figlio fessacchiotto di una facoltosa famiglia borghese; ricevuto nella villa in collina, il proletario conosce Elena, che è bella, colta e infranciosata, e a quel punto, complice un verso di Baudelaire, Martin sarà soggiogato dal potere delle parole. Vuole diventare uno scrittore; a quella prospettiva, da molti scoraggiata, tutto sacrifica, leggendo come “un pescatore insaziabile”, fino a che, sacrificio dopo sacrificio, il suo racconto “L’apostata” non viene acquistato per 200 mila lire e pubblicato da una rivista. Sarà l’inizio di una carriera speciale, di agi e fama, ma anche di infelicità e irresolutezza, come gli aveva pronosticato l’anziano intellettuale Russ Brissenden.

Il film è costruito sul viso, i capelli, il corpo e la voce di Luca Marinelli, ormai tra i più bravi del cinema italiano. “La vita mi disgusta, ho vissuto così intensamente che oggi non ho più bisogno di niente” grida il suo Martin Eden,  ormai lambito da un crescente spirito “nicciano”. La guerra sta per scoppiare, gli squadristi col fez maltrattano sulla spiaggia un disabile: allo scrittore non resta che fare i conti con l’inconsistenza del suo successo.

Accartocciato nello “spleen”, quell’umore tetro e malinconico, tra insoddisfazione e noia, il personaggio fotografa, nelle intenzioni del regista, un certo spirito del tempo, l’utopia delle rivolte collettive, pure la vacuità delle scalate sociali. Il film è divagante, poetico/antropologico, a tratti pop nelle scelte musicali, accurato nell’integrare riprese attuali e materiale d’archivio. Gli altri interpreti convocati, da Carlo Cecchi a Jessica Cressy, si intonano al clima un po’ brechtiano della messa in scena. Prodotto da Avventurosa e Beppe Caschetto, “Martin Eden” uscirà con 01-Raicinema. Si accettano scommesse su come andrà.

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Con  “No. 7 Cherry Lame” del regista cinese Yonfan s’è registrata la prima fuga di massa dalla sala Darsena. In effetti 125 minuti sono troppi per un film d’animazione “artistica”, dove i personaggi si muovono in  maniera meccanica nonostante le tinte da melodramma borghese. Siamo a Hong Kong negli anni Sessanta, dove Yu, una bella quarantenne scappata da Taiwan, si invaghisce dello studente universitario Ziming, a sua volta corteggiato dalla splendida Meiling, figlia diciottenne della signora. I due parlano di “Jane Eyre” e “Anna Karenina”, idolatrano Proust e BB, soprattutto vedono al cinema i film di Simone Signoret, riconoscendosi nei patemi narrati da “La strada dei quartieri alti”. L’animazione è audace, ci sono nudi femminili totali e sbirciatine omosex, e tuttavia resta la curiosità si sapere come sarebbe venuta fuori la stessa storia con attori in carne e ossa.

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Una boccata di grande cinema, quello che vedi senza consultare mai l’orologio, è arrivata fuori concorso con “The King” dell’australiano David Michôd, scritto insieme all’attore conterraneo Joel Edgerton e prodotto da Brad Pitt per Netflix (dal 1° novembre). Il re in questione è Enrico V, che regnò in Inghilterra tra il 1413 e il 1422. Le sue gesta non sono una novità, specie nella variazione shakespeariana: vedi Laurence Olivier e Kenneth Branagh. Tuttavia questa nuova versione, lunga 133 minuti, non sfigura affatto nel confronto con le precedenti; è potente e sofisticata, brutale e psicologica, fosca e divertente.

Il principe Hal, ribelle e donnaiolo, vive tra il popolo, ha rotto col padre sovrano e non ha nessuna voglia di ereditare il trono. Ma gli eventi lo spingono a fare il gran passo e di colpo il giovanotto ventiseienne sfodera una grinta inattesa, un carisma saggio, di re che guarda alla pace. Se non fosse che il francese Carlo VI pare aver spedito un sicario per uccidere il nuovo sovrano inglese. Vero? Falso? Tutto congiura perché la mai sopita “guerra dei cent’anni” riporti gli eserciti sul campo; e così sarà, ad Azincourt, il 15 ottobre 1415, dove gli inglesi, inferiori di numero, batteranno con uno stratagemma i soverchianti francesi.

“Un re non ha amici: ha solo seguaci e nemici” sentiamo dire, e chissà se all’epoca esisteva davvero la parola “followers”. Invece il giovane re sa di poter contare sul premuroso John Falstaff, pronto a prendere il comando dell’esercito d’invasione. Storia e leggenda si mischiano in questo “The King”, barbaro quanto basta, ma scritto con cura, semplificando quel tanto che serve le dinamiche di corte e i contrasti delle corone.

Timothée Chamalet e Joel Edgerton sono Enrico V e Falstaff, l’uno magro e inflessibile, l’altro corpulento e sornione; mentre a sorpresa l’americano Robert Pattinson, non più vampiro, compare nei panni del vanitoso “Delfino” di Francia. Commento di un collega francese, molto arrabbiato col film: “C’est de la merde”.

      

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