“LA DEA FORTUNA”? DIPENDE ANCHE DA NOI. OZPETEK NATALIZIO DUE GAY, UNA MADRE, DUE FIGLI (E UN DISCORSO SULL’AMORE)
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“LA DEA FORTUNA”? DIPENDE ANCHE DA NOI. OZPETEK NATALIZIO DUE GAY, UNA MADRE, DUE FIGLI (E UN DISCORSO SULL’AMORE)

Ha ragione Ferzan Ozpetek quando, presentando il suo nuovo “La Dea Fortuna”, scrive che “si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù”. Non saranno d'accordo, immagino, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i quali probabilmente non andranno a vederlo; e d’altra parte, con senso della misura, il cineasta turco/italiano aggiunge sulle note di regia: “Il film non nasce dal desiderio di intervenire nel dibattito attorno alle famiglie arcobaleno, ho troppo rispetto per ogni tipo di famiglia per strumentalizzarle ai fini del mio racconto”.

A due anni da “Napoli velata” ecco dunque “La Dea Fortuna”, che esce giovedì 19 dicembre con Warner Bros, producono Tilde Corsi e Gianni Romoli (pure sceneggiatore). Rispetto al precedente film, un po’ intorcinato ed estetizzante, qui Ozpetek torna ad una narrazione più semplice, schietta, immediata, in bilico tra commedia e dramma, riso e pianto, partendo da una dolorosa vicenda personale riguardante suo fratello. Del resto la malattia non è una novità nel suo cinema: succedeva, per dire, in “Saturno contro” e “Allacciate le cinture”; anche se qui, giunto ai fatidici 60 anni, Ozpetek sembra custodire uno spirito diverso, come di acquietata riflessione sulle strettoie dell’esistenza e le giravolte del destino.

Chi sta male? Annamaria, madre di due ragazzini avuti da uomini diversi, che irrompe nella bella casa con terrazza di una consolidata coppia di gay nel giorno in cui si festeggia il matrimonio di due amici. Il traduttore Arturo e l’idraulico Alessandro sembrano ben assortiti, stanno insieme da tre lustri, e tuttavia il loro rapporto scricchiola sotto le apparenze: meno sesso, poca passione, niente romanticismo. Le cose peggiorano quando lei comunica ai due cinquantenni che deve farsi ricoverare per urgenti analisi cliniche. Chi baderà ai figli in quei giorni? Appunto gli stupefatti Arturo e Alessandro.

Il meccanismo drammaturgico è abbastanza classico, ma funzionale al racconto, che si sviluppa, tra sorrisi e disastri, sotto il metaforico sguardo della Dea Fortuna, l’enigmatica statua situata nel santuario di Palestrina, non distante dalla capitale.
I tre attori principali, bravi e intonati, sono Edoardo Leo, Stefano Accorsi e Jasmine Trinca, nei panni rispettivamente di Alessandro, Arturo e Annamaria: l’uno è saggio e pragmatico, l’altro è scostante e risentito, lei è ribelle e irregolare (e strada facendo sapremo perché è così arrabbiata con la tirannica madre aristocratica chiusa nel sontuoso palazzo siciliano in stile “Gattopardo”). Poi ci sono i due ragazzini, ben scelti, anche disinvolti nei duetti con i “grandi”: Sara Ciocchi ed Edoardo Brandi.

Naturalmente, alla maniera tipica di Ozpetek, “La Dea Fortuna” intreccia un certo sguardo affettuoso sulla comunità omosex con un discorso più universale sul libero arbitrio, soprattutto sulla durata e la consistenza dell’amore, direi qualsiasi amore, pure sulle ricette per risvegliarlo. Purtroppo arriva puntuale, a metà film, il balletto sotto la pioggia su una melodia turca di Sezen Aksu; e si fa, al solito, un gran parlare di Mina: un personaggio si fa chiamare così ed echeggiano due canzoni della “tigre di Cremona”, la storica “Chihuahua” e la recente “Luna diamante”. Però stavolta si registra un uso oculato della musica, direi meno melodrammatico e smodato: quasi a valorizzare i silenzi, i dialoghi, i rumori di fondo, il che fa sempre bene ai film italiani.

Poi, s’intende, Ozpetek cerca l’effetto dolcemente pop specie nel finale siciliano, caratterizzando fortemente alcune situazioni, affinché il pubblico natalizio si unisca nell’abbraccio caloroso ai due gay e ai due bambini. Ormai una specie di famiglia: anzi, una famiglia.

Battuta non male, dopo la scoperta di un tradimento sessuale e l’aspro ritorno a casa: “Una cosa è il litigio, una cosa il divano”.

Michele Anselmi per Siae.it

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