“L’ULTIMO PARADISO”: IL SESSO, I CONTADINI, LE MURGE DEL ’58 DIECI FILM IN DUE ANNI PER SCAMARCIO. E UN PO’ SI VEDE
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“L’ULTIMO PARADISO”: IL SESSO, I CONTADINI, LE MURGE DEL ’58 DIECI FILM IN DUE ANNI PER SCAMARCIO. E UN PO’ SI VEDE

Solo negli ultimi due anni, intendo 2019 e 2020, Riccardo Scamarcio ha girato dieci film, inclusi gli ancora inediti "Tre piani" di Nanni Moretti e “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido. Direi, con tutto il rispetto, che siano tanti, e un po’ s'avverte sul piano della qualità. Vedere per credere “L’ultimo Paradiso”, rintracciabile su Netflix da venerdì 5 febbraio. Il versatile attore pugliese, oggi 41enne, l’ha coprodotto con la sua società, firma la sceneggiatura insieme al regista Rocco Ricciardulli e si produce in un discreto tour de force recitativo (resto sul vago a causa di una precisa richiesta dell’ufficio stampa).

Intendiamoci, va benissimo scantonare dai soliti percorsi del cinema italiano di commedia, s’intende borghese; ma anche confrontarsi con un mitico e feroce Sud di fine anni Cinquanta non è cosa facile. Perché contano le facce, gli ambienti, i dialetti, sia pure in una chiave di fosco melodramma.

Il titolo del film è a chiave, nel senso che il protagonista fa di cognome Paradiso. Siamo nelle Murge pugliesi/lucane, 1958. Contadino bello e sciupafemmine, Ciccio, appunto Scamarcio, non si fa sfruttare dai “caporali”, difende i poveri cristi e se ne infischia delle convenzioni arcaiche. Infatti, benché sposato con Lucia e padre di un bambino, l’uomo tresca tranquillamente con la desiderabile Bianca, figlia prediletta del ricco e protervo padrone Cumpà Schettino. Il quale, contando sulla protezione dei Carabinieri locali, si comporta come un feudatario d’altri tempi, stuprando le contadine adolescenti e comprando olive a prezzi di fame.

Può durare quel rapporto illecito, ancorché riscaldato da un sincero sentimento amoroso? Naturalmente no. Si addensano i nuvoli della resa dei conti, mentre su a Trieste l’altro fratello di Ciccio, partito anni prima per lavorare in fabbrica, ha fatto carriera e sta per sposare la figlia di un industriale dal volto umano.

“L’ultimo paradiso” intreccia, diciamo vagamente alla maniera di Germi o De Santis, il versante sociale e la tragedia antica, ricostruendo un Mezzogiorno pre-boom economico, ancora retto da logiche patriarcali, tradizioni maschiliste e codici rusticani. Il tutto condito dal dilemma: restare laggiù, scappare o tornare?

Purtroppo stenti parecchio a credere che Valentina Cervi, benché struccata e vestita di stracci, possa essere l’infelice moglie di Ciccio; e anche Gaia Bermani Amaral, nei panni discinti della ribelle Bianca, sembra uscire da un altro film; quanto ad Antonio Gerardi, cioè Cumpà Schettino, s’è ormai specializzato in parti da ambiguo furfante.

Ciliegina sulla torta: la spiazzante “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet che esce da un grammofono sotto l’albero e torna in finale, a suggerire il carattere più o meno universale della storia narrata; in parte, leggo, ispirata a un vero fatto di sangue.

Michele Anselmi per Siae.it

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