“IO LA CONOSCEVO BENE” APPENA RIVISTO IN TV: FILM PRODIGIOSO MA CHI SAPREBBE GIRARE OGGI UN RITRATTO FEMMINILE COSÌ?
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“IO LA CONOSCEVO BENE” APPENA RIVISTO IN TV: FILM PRODIGIOSO MA CHI SAPREBBE GIRARE OGGI UN RITRATTO FEMMINILE COSÌ?

Magari non tutti lo sanno: Antonio Pietrangeli avrebbe dovuto girare “Io la conoscevo bene” nel 1961, con Sandra Milo protagonista. A 48 ore dall’inizio delle riprese il noleggio saltò, e solo quattro anni dopo il regista di “Adua e le compagne” riprese in mano il progetto, scritto con Ettore Scola e Ruggero Maccari, affidando il ruolo di Adriana Astarelli a un’attrice neanche ventenne nel frattempo diventata di moda, Stefania Sandrelli. Fu la fortuna del film, secondo me: benché doppiata da Manuela Andrei, l’interprete toscana cesellò un personaggio indimenticabile, di quelli che restano infissi nella memoria, capaci, insieme, di definire un ambiente preciso e di rendersi universali.

Ho appena rivisto “Io la conoscevo bene” su Rai Storia, proposto da Pupi Avati, e riesce difficile considerarlo una commedia, anche se ne possiede alcuni tratti. L’ho rivisto, sarà l’età, in un crescendo di apprensione, pena e disagio, rigirandomi sulla sedia, per molti versi riscoprendolo da cima a fondo. Ricordavo, come molti, la scena terribile delle “claquettes”, dove Ugo Tognazzi, nella caratterizzazione di un guitto alla deriva, balla quasi fino a scoppiare su un tavolino per divertire una ribalda compagnia di fessi (la situazione evoca una cattiveria alla Eric von Stroheim); o la delusione di Adriana, circondata dalle sue amiche “mascherine”all’Eurcine, quando vede il servizio del cinegiornale nel quale le fanno fare una figura da cretina usando una sua sola frase, “Non so, speriamo”, replicata all'infinito; infine la parrucca in terra, mentre il giradischi suona “Letkiss” e la tenda si muove appena dopo il tonfo sulla vetrata di un corpo.

Invece no, il film è ricolmo di stile, di trovate, di scoperte (a un certo punto appare un giovanissimo Franco Nero nei panni del timido garagista innamorato, e che tenerezza quel Mario Adorf pugile gentile). Ogni scena è così densa e meditata, anche nel linguaggio espressivo, con punti di vista inattesi, ombre e prospettive strane, che bordeggiano il cinema d’autore allora in voga senza caderci dentro. “Prendere il sole, sentire i dischi e ballare” sono le sole attività praticate da Adriana, ragazza vagamente alla ricerca di una carriera da attrice, ma senza convinzione, si direbbe già rassegnate alla sconfitta e tuttavia capaci di non inaridirsi nella triste ripetizione di feste e amorazzi.

Ha ragione Tullio Kezich quando scrive, in una recensione del 1965, che “il ritratto di Adriana, nel corso del film, si delinea in maniera compiuta, non c’è nessun moralismo nel tono di constatazione che ha scelto il regista, solo un paradossale rispetto, un’invincibile pietà”. E che attori, poi, a fare da coro alla prova struggente di Sandrelli: plausibile nel ritorno alla terragna radice contadina come nelle sofisticate trasformazioni estetiche di un successo illusorio. Ci sono Enrico Salerno nel breve schizzo di un attore arrivato e arrogante, Nino Manfredi che interpreta un giornalista da quattro soldi un po’ agente e un po’ lenone, di Ugo Tognazzi, magnifico con quei capelli impomatati e i baffetti, s’è detto.

Cito ancora Kezich, perché meglio non si potrebbe dire. “La ragazza del giro non è mai un’attrice vera né una ragazza facile: il suo vano agitarsi non è inquadrabile in senso professionale neppure a livelli infamanti. Sono donne di vita che il più delle volte non traggono nessun compenso tangibile dall’uso maldestro della loro bellezza, credono che basti essere arrendevoli, si attaccano puntualmente agli uomini sbagliati, poi continuano a girare come fantasmi e te le ritrovi davanti, smontate negli entusiasmi, da un anno all’altro, finché anche per loro accade qualcosa, che di solito è qualcosa di brutto”.

Proprio così. Non a caso l’idea maturò in Pietrangeli ai tempi del processo Montesi, che portò alla ribalta un certo sottobosco della “dolce vita” romana.

Rivedendolo oggi, appare evidente che l’aspetto più stimolante del film, il più audace sul piano drammaturgico, un po' da “scuola dello sguardo”, è la struttura del racconto, appunto frantumato in una serie di appunti, perlopiù senza ordine cronologico, alcuni buffi, altri tragici, fuori dagli schemi della commedia all’italiana.

Un autentico capolavoro in bianco e nero, uno sguardo raro sull’Italia del boom, il ritratto unico di una giovane donna infelice, a suo modo enigmatica. Nell’odierno cinema italiano, sospeso tra ricerca del consenso e manierismo forsennato, chi saprebbe concepire e girare una storia del genere? Nessuno, temo.

Michele Anselmi per Siae.it

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