“IL PROCESSO AI CHICAGO 7": BRUTTO PEZZO DI STORIA AMERICANA SORKIN E SPIELBERG PARLANO DEL 1969 MA PENSANO ALL’OGGI
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“IL PROCESSO AI CHICAGO 7": BRUTTO PEZZO DI STORIA AMERICANA SORKIN E SPIELBERG PARLANO DEL 1969 MA PENSANO ALL’OGGI

“Questo è il premio Oscar della protesta, e io voglio essere candidato” azzarda uno dei sette giovani imputati, con una certa baldanza. Non sa ancora che cosa l’aspetta. Dopo una rapida uscita nelle sale italiane con Lucky Red, dal 16 ottobre si può vedere su Netflix, e caldamente raccomando, “Il processo ai Chicago 7”. È il film di Aaron Sorkin che ricostruisce i 151 giorni del procedimento giudiziario nei confronti di sette militanti di sinistra (pacifisti, studenti contro la guerra del Vietnam, esponenti della controcultura hippie) avvenuto nel 1969. Un processo di forte risonanza mediatica e di chiara impronta politica, pure deplorevole per il modo in cui fu pilotato dal giudice Julius Hoffman, poi definito “inqualificabile”.

Un episodio storico che Spielberg voleva portare al cinema già nel 2007, ma poi non se ne fece nulla; il progetto passò di mano in mano (Paul Greengrass, Ben Stiller, Peter Berg…), fino a quando nel 2019 non fu riconsegnato nelle mani dello sceneggiatore originario, appunto Sorkin, nel frattempo fattosi apprezzare come regista per “Molly’s Game”.

Leggo qua e là che il film, lungo 130 minuti, sarebbe noioso, loffio, squilibrato nel tono, poco convincente nella struttura drammaturgica, artificioso, con l'odore della lacca usata per le acconciature, eccetera. A me non pare proprio: l’ho visto alle 11 di sera e non mi sono mai appisolato, anzi ho seguito con interesse e convinzione, volendone sapere di più, il che direi è già molto.

I cosiddetti “Chicago Seven” furono trascinati alla sbarra dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Richard Nixon, quando il Procuratore generale John Mitchell volle rispolverarle accuse di “cospirazione e incitamento alla sommossa” archiviate dal suo predecessore Ramsey Clark. Gli incidenti risalivano all’agosto del 1968, lo stesso anno in cui erano stati uccisi Martin Luther King e Robert Kennedy, durante la convention del Partito democratico a Chicago. Migliaia di giovani avevano deciso di protestare proprio lì, per condannare l’escalation dell’impegno militare in Vietnam e far pressione sui democratici; la polizia reagì in modo brutale, pestando e manganellando, usando i gas lacrimogeni, con la scusa di impedire ai manifestanti di avvicinarsi alla convention.

Cinque mesi dopo, e qui comincia il film, i presunti capi della protesta devono affrontare un processo che si presenta subito viziato. In realtà non sono sette, c’è anche un leader delle Pantere nere, Bobby Seale, accusato di aver ucciso un poliziotto nel Connecticut (non era vero) e solo di passaggio a Chicago all’epoca degli scontri; ma mentre gli altri sette attivisti, tutti bianchi, sono rappresentati da due avvocati, il nero si ritrova senza rappresentanza legale e saranno guai per lui, al punto che il giudice, perso nel suo delirio di onnipotenza, lo farà picchiare, legare e imbavagliare in aula (poi il suo caso sarà stralciato).

Il film ricostruisce, sulla base degli atti processuali, quanto avvenne, anche di bizzarro e illegale, in quel tribunale dell’Illinois; ma Sorkin ne fa soprattutto uno spettacolo/metafora che, pensando un po' anche all'oggi, allarga il discorso all’America tumultuosa di quella stagione cruciale, tra dialoghi arguti, scene buffe, cariche insensate della polizia, dissapori ideologici all’interno del movimento, manovre dell’Fbi e colpi di scena. Risuona anche un sottotesto sottilmente polemico: il Partito democratico viveva ancora negli anni Cinquanta, in quel 1969, incapace di confrontarsi con i bisogni, la ribellione, le istanze sociali che attraversano il Paese.

L’affollato cast ordinato da Sorkin, sotto la supervisione di Spielberg che coproduce, è di quelli intelligenti, con attori bravi ma non particolarmente costosi, immagino per limitare il budget dato il tema. Così, per dirne alcuni, Sacha Baron Cohen fa il beffardo e colto Abbie Hoffman; Jeremy Strong è il barbuto e anticapitalista Jerry Rubin; Eddie Redmayne il più politico e tormentato Tom Hayden; John Carroll Lynch il borghese e pacifista David Dellinger; Yaya Abdul-Mateen II è il dignitoso e irriducibile Bob Seale; e poi ci sono, tutti bravi, Mark Rylance, Frank Langella, Joseph Gordon-Levitt, Michael Keaton rispettivamente nei panni dell’avvocato difensore Kunstler, del giudice Hoffman, dell’accusatore perplesso Schultz, dell’ex Procuratore Clark.

Per la cronaca: due dei sette furono assolti da tutte le accuse, mentre gli altri vennero condannati a cinque anni di carcere e a una multa di 5mila dollari per aver attraversato i confini statali con lo scopo di istigare alla sommossa. Nel 1972 la sentenza fu ribaltata sulla base dell’evidente parzialità del giudice e dei pregiudizi culturali e razziali espressi da alcuni giurati.

Michele Anselmi per SIAE

 

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