“I PROFUMI DI MADAME WALBERG”, L’OLFATTO COME METAFORA: LA BELLA COMMEDIA FRANCESE AL CINEMA DAL 10 GIUGNO
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“I PROFUMI DI MADAME WALBERG”, L’OLFATTO COME METAFORA: LA BELLA COMMEDIA FRANCESE AL CINEMA DAL 10 GIUGNO

Se qualcuno mi chiedesse: “Cosa consigli di andare a vedere al cinema nei prossimi giorni?”, non avrei dubbi nel rispondere: “I profumi di madame Walberg”. È una commedia francese scritta e diretta da Grégory Magne, al suo secondo lungometraggio, interpretata da Emmanuelle Devos e Grégory Montel: lei nota anche in Italia per avervi girato “Dove non ho mai abitato” di Paolo Franchi, lui fattosi conoscere come Gabriel Sarda nella serie Netflix “Chiami il mio agente!”. Esce il 10 giugno con il marchio “Satine Film” di Claudia Bedogni, e mi auguro che il pubblico sia incuriosito, non solo quello femminile, perché i profumi in questione, o meglio gli aromi, sono uno spunto curioso per parlare in fondo d’altro: della solitudine che inaridisce i sentimenti, del talento che va e viene, del piacere di osare anche quando tutto sembra perduto, dell’amore imprevisto, del mestiere di padre.

Per lanciare la commedia e allargare il discorso è stata pensata una sorta di “odorosa” campagna promozionale legata al mondo della cosmesi e dei profumi, con iniziative a Firenze, Roma e Milano; tuttavia, nonostante il riferimento esplicito all’iconico “J’adore” di Dior, il film tutto è meno che un veicolo pubblicitario, insomma un articolo da “product placement”.

Madame, anzi mademoiselle, Anne Walberg è un’elegante e solitaria cinquantenne, a tratti altezzosa e scostante, che fu una celebrità internazionale nel campo dei profumi grazie al suo “naso” proverbiale, decisivo nel creare fragranze di successo. Poi accadde qualcosa, e lei, guidata dalla sua agente, ha dovuto cambiare lavoro, pur restando nel ramo: aiuta le grandi aziende, che siano di pellame o chimiche, a nascondere gli odori sgradevoli. Si capisce che la signora ha letteralmente la puzza sotto il naso, nulla le sfugge, pena scenate da diva d'altri tempi; figurarsi se può intendersi con l’autista proletario, estroverso e pasticcione che gli hanno affibbiato. Guillaume Favre vive in 25 mq, fuma, ha appena divorziato dalla moglie e non riesce ad avere l’affido dell’amata figlia di dieci anni.

Come nelle migliori tradizioni del genere, il primo incontro si rivela un disastro, ma noi sappiamo che i due, pure così diversi per gusti, censo ed estrazione sociale, sono destinati a riconoscersi. Con esiti impensabili, perché, come certe “essenze” a prima vista inconciliabili, anche Anne e Guillaume hanno parecchio in comune…

Il film è in buona misura prevedibile ma non scontato nella progressione narrativa: merito di una regia sorvegliata, sensibile, attenta a rispettare la partitura dei silenzi e delle parole (musica ridotta al minimo, grazie a Dio), e naturalmente della prova di Devos e Montel, specie nella versione francese, così ricca di sfumature, sguardi, insofferenze, situazioni buffe e affondi drammatici. L’olfatto, avrete capito, diventa metafora dell’esistenza, il cuore di un raccontino gentile sull’amicizia e la solidarietà. Non sarà un capolavoro, ma vale tutto il prezzo del biglietto; e si esce dal cinema sorridendo, soprattutto meno angosciati dal fantasma dell’anosmia.

 

Michele Anselmi per SIAE.IT 

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