“HOTEL ARTEMIS”, UNO STRANO OSPEDALE PER CRIMINALI FERITI: PER FORTUNA C’È JODIE A REDIMERE LA STORIELLA DISTOPICA
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“HOTEL ARTEMIS”, UNO STRANO OSPEDALE PER CRIMINALI FERITI: PER FORTUNA C’È JODIE A REDIMERE LA STORIELLA DISTOPICA

Diciamo la verità, l’unico motivo per andare a vedere Hotel Artemis, ma non è poco, si chiama Jodie Foster. L’attrice 57enne, ora alle prese con il remake del film islandese “La donna elettrica”, non compariva sul grande schermo dai tempi di Elysium, sei anni fa, e pare che sia stata lei a proporsi allo sceneggiatore scozzese Drew Pearce, esperto di supereroi Marvel, in cerca di una buona storia per debuttare alla regia.

Il film, nelle sale da giovedì 1° agosto con Raicinema-01 Distribution, è di quelli da fantascienza prossima ventura, diciamo un po’ in stile 1991: Fuga da New York, ma aggiornato alle paranoie attuali e immerso in una Los Angeles scossa da rivolte per l’acqua e repressioni poliziesche, con tanto di coprifuoco notturno.

È il 28 giugno 2028: nella serata sconvolta dalle sparatorie, tre rapinatori di banca male in arnese suonano alle porte blindate dell’Hotel Artemis, al tredicesimo piano di un logoro palazzo a downtown, in cerca di assistenza medica. Già perché quello che fu un prestigioso hotel art déco negli anni Trenta è diventato un ospedale per criminali, un pronto soccorso altamente tecnologico per i fuorilegge rimasti feriti nell’esercizio del “mestiere”.

L’iscrizione al club si paga in anticipo e le regole della casa sono assai severe. Le ha decise l’Infermiera, appunto Jodie Foster, una signora minuta e anziana, con una strana, buffa, andatura, che vive lì dentro, libera e insieme reclusa, da circa trent’anni, aiutata da un monumentale assistente/guardia del corpo soprannominato, non a caso, “Everest”.

Circondata da tecnologie robotiche all’avanguardia che permettono interventi chirurgici complessi, come il trapianto di un fegato creato da una stampante 3D, la donna indossa occhialoni spessi, vecchie sneakers “Tobacco” e ascolta canzoni come California Dreaming e Helpless; da giovane probabilmente fu una fricchettona del Laurel Canyon, poi la morte del figlio, mai davvero spiegata, la spinse a chiudersi in sé stessa. Murata viva lì dentro e al soldo di un cinico boss detto “Re Lupo”, la donna cura i lestofanti, in qualche modo fedele al giuramento di Ippocrate.

Quasi girato in tempo reale nel corso di una notte, Hotel Artemis intreccia i destini di una decina di malviventi convenuti per varie ragioni in quell’atipico ospedale; e naturalmente, tra black-out elettrici e assalti armati, l’Infermiera avrà il suo bel daffare. La domanda è: troverà alla fine la forza di scappare da quella gabbia dorata governata, parole sue, dalla potente avidità dell’uomo e dalla fiducia?

Se il clima generale è, come s’usa dire, “distopico”, il regista gioca con elementi da cinema noir vecchio stile, mischiando epoche e tecnologie, telefoni di bachelite e bisturi avveniristici, un po’ alla maniera di John Wick. Il risultato è assai prevedibile, e naturalmente tutto sembra precipitare nell’incombere dell’alba. Tuttavia Jodie Foster, doppiata per l’Italia da Laura Boccanera, riesce a redimere in qualche modo la storiella zeppa di sparatorie e dialoghi fessacchiotti, facendo della sua Infermiera, così immalinconita, desolata e ingrigita, un personaggio che fa la differenza.

 

Michele Anselmi per Siae

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