“HOMEMADE”, 17 CORTI D’AUTORE SUL LOCKDOWN PER NETFLIX TUTTI IMPAZZITI PER SORRENTINO, MA IO PREFERISCO LARRAÍN
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“HOMEMADE”, 17 CORTI D’AUTORE SUL LOCKDOWN PER NETFLIX TUTTI IMPAZZITI PER SORRENTINO, MA IO PREFERISCO LARRAÍN

Ho visto su Netflix con qualche giorno di ritardo, rispetto alla partenza del 30 giugno, la serie “Homemade” nata dall’incontro tra il produttore italiano Lorenzo Mieli e il produttore/regista cileno Pablo Larraín. Sono 17 cortometraggi d’autore sul tema del Coronavirus, o meglio sulla condizione esistenziale, ma anche fisica e pratica, che la pandemia ha generato tra marzo, aprile e maggio. Nomi illustri hanno partecipato al progetto, da ogni latitudine, con lingue diverse, girando perlopiù dentro casa o a poca distanza da essa, rispettando le regole del “distanziamento sociale”, utilizzando telecamerine digitali o smartphone.

L’idea è ambiziosa, punteggiata da presenze illustri, da Ladj Ly a David Mackenzie, da Maggie Gyllenhaal a Kristen Stewart, da Sebastián Lelio ad Ana Lily Amirpour; e tuttavia resta la domanda: artisticamente è più interessante raccontare il lockdown nelle sue angosce e nei suoi tempi morti o partire dal lockdown per provare a dire qualcosa di diverso e meno tetro?

Naturalmente sui giornali italiani s’è finito col parlare solo dell’episodio, il secondo, circa 7 minuti, firmato da Paolo Sorrentino. Come al solito s’è parlato di capolavoro o quasi. A me, francamente, è parso solo grazioso. Titolo incongruo a parte, cioè “Voyage au bout de la nuit”, il che parrebbe un omaggio a Céline, il regista napoletano torna virtualmente a “Vatican City”, così si legge nella didascalia, solo che stavolta non ci sono Papi “young” o “new”.

C’è proprio il pontefice in carica, Francesco, anche se in formato ridotto: una statuetta di gesso, l’abito bianco, il sorriso simpatico sotto gli occhiali. L’idea è di farlo incontrare con la regina Elisabetta II, anch’essa in forma di statuetta, con abito azzurro, cappellino e manina che saluta; si immagina infatti che la sovrana inglese, bloccata dalla pandemia durante un viaggio in Italia, resti per un mese intero nelle stanze del Vaticano, lontano dal noioso principe Filippo, di cui non si occupa più sentendosi finalmente “una donna libera”. Il tutto girato nella mitica casa di Sorrentino a piazza Vittorio Emanuela, sormontata da un’altana assai invidiata dal mondo del cinema.

Lì i due personaggi sembrano quasi flirtare, fanno il bagno nudi in piscina, si dicono in inglese cose all’apparenza maliziose, si scambiano opinioni argute sulle rispettive esistenze pubbliche (le voci sono di Javier Cámara e di Olivia Williams). “Io e te siamo solo dei simboli, per questo non sappiamo fare niente” è la battuta più citata dalle recensioni; suonerà bene, come una smagata riflessione sul ruolo dei potenti senza potere effettivo, ma a pensarci bene è una sciocchezza. Comunque il corto è amabile, leggiadro, anche spiritoso. A un tratto, sempre a guisa di statuetta, appare anche l’americano “big Lebowski”, tutto preso dai suoi commerci col fumo, ma è chiaro che a Sorrentino piace suggerire quell’amore proibito/platonico tra la Regina e il Santo Padre, arpeggiando ironicamente sull’isolamento come “condizione dello spirito”, con buffi riferimenti al film “I due Papi” e alla serie tv “The Crown”.

Francamente mi sono divertito di più con “Last Call” di Larraín, forse il più lungo dei corti messi insieme per l’antologia: dura infatti 11 minuti. Il regista cileno, che fu lanciato da “Tony Manero” e approdò a Hollywood con “Jackie”, divide in due lo schermo, a mostrare il collegamento via skype, da Santiago, tra un vecchio uomo baffuto accudito dall’infermiera in un pensionato che sta per essere evacuato a causa del Covid-19 e una donna un po’ più giovane, occhialuta, ma coi segni del tempo sul viso.

Il tono iniziale della chiacchierata è appassionato, romantico, anche sessualmente audace. Lui, forse sentendo arrivare la morte, vuole esprimere a Pamela la vitalità di un amore che pure contribuì a far finire male. Sembra pentito, vorrebbe rivedere l’antica fiamma, e per convincerla le sussurra cose conturbanti, sensuali, intime. Lei osserva divertita, si capisce che qualcosa non torna in quella confessione; e il resto del confronto svelerà, con un rovesciamento clamoroso e asprigno, che cosa c’è dietro quel suo atteggiamento distaccato. I due sono interpretati stupendamente da Jaime Vadell e Mercedes Morán.

Ho parlato solo di questi due brevi film, tra i diciassette assemblati, perché mi sembrano, in modi diversi l’uno dall’altro, evadere da un certo clima fosco e nevrotico, anche allucinato, che permea questi racconti familiari di auto-reclusione e quarantena. Insomma, provano a estrarre qualcosa di più dal tema in cartellone. Magari mi sbaglio; vedeteli tutti, non necessariamente l’uno dietro l’altro, e poi mi direte, se vi va.

 

Michele Anselmi per Siae.it

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