“GREEN BOOK” OSCAR PERFETTO (ALTRO CHE “SIMPATICA COMMEDIA") E CUARÓN NON PUÒ LAMENTARSI: FA IL TRIS COL SUO “ROMA”
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“GREEN BOOK” OSCAR PERFETTO (ALTRO CHE “SIMPATICA COMMEDIA") E CUARÓN NON PUÒ LAMENTARSI: FA IL TRIS COL SUO “ROMA”

Quella che per alcuni critici, ad esempio Paolo Mereghetti, è solo “una simpatica commedia antirazzista”, cioè Green Book, alla fine ha vinto l’Oscar nella categoria principale: il miglior film. E io sono personalmente contento, perché il film di Peter Farrelly non è solo “simpatico”; a suo modo, invece, è un film perfetto: diverte e commuove, mette d’accordo pubblico e critica, lavora sugli stereotipi senza sprofondarci dentro, adotta un linguaggio personale senza dimenticare il linguaggio universale, ricostruisce con acribia un pezzettino di storia trasformandola in metafora dell’esistenza, dura più di due ore eppure non si guarda mai l’orologio.

Benché scritto e diretto da un bianco, Green Book ha un cuore nero, per cosa racconta e come lo racconta; e non sarà un caso che il film, premiato anche alla voce migliore sceneggiatura originale, abbia regalato un Oscar a uno dei due attori protagonisti del road-movie, Mahershala Ali che incarna il pianista nero Don Shirley, benché curiosamente in gara nella cinquina per i migliori attori non protagonisti. Dove ha trionfato, nel reparto femminile, anche la splendida Regina King di Se la strada potesse parlare, una di quelle attrici afroamericane capaci di dare un senso a ogni personaggio che interpretano.
Non può lamentarsi neanche Spike Lee, il più combattivo di tutti, vincitore di un Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con BlacKkKlansman; salendo sul palco, secondo alcuni sormontato da una strana scenografia color paglia che ricordava la capigliatura del presidente Trump, il regista nero non s’è fatto pregare in fatto di esternazioni: «Le elezioni del 2020 sono dietro l’angolo, dobbiamo mobilitarci tutti. Scegliere fra odio e amore. Fate la cosa giusta».
Tutto sommato la 91ª edizione degli Oscar è andata via liscia, senza lasciare sul campo troppe vittime illustri. Roma del messicano Alfonso Cuarón si porta a casa tre statuette che contano, cioè miglior film straniero, migliore regista e migliore fotografia (sempre Cuarón); la britannica Olivia Colman, gran favorita per La Favorita, in effetti è stata ricompensata per la migliore interpretazione femminile nei panni della dolente regina lesbica; mentre l’americano di origini egiziane Rami Malek è stato consacrato migliore attore protagonista per come ha reso Freddie Mercury, con tanto di dentoni finti, nel fortunatissimo Bohemian Rhapsody.
Si dirà che erano altrettanto bravi Glenn Close in The Wife – Vivere nell’ombra e Christian Bale in Vice, specie il secondo alle prese con la camaleontica interpretazione del diabolico Dick Cheney, ma gli Oscar annusano l’aria che tira e stavolta è andata così; anche perché la Close ha fatto di meglio nella sua carriera d’attrice e quello di Adam McKay, a parere di chi scrive, è uno di quei film tra politica e grottesco che suscitano interesse, vedi una volta e poi te ne dimentichi.
Quanto all’Oscar a Lady Gaga per la canzone Shallow, diciamo che era ampiamente previsto, lei è pure bravina come attrice nel remake di A Star Is Born, cioè “È nata una stella”, anche se continuo a non spiegarmi la frenesia cinefila e i palpiti romantici che circondano il filmetto diretto e interpretato da Bradley Cooper. Sarò troppo vecchio.

Michele Anselmi per Siae.it

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