“FUTURA”, NON BASTA DIRE JAZZ. MOLTA ATMOSFERA (TROPPA) NEL NUOVO FILM DI LAMBERTO SANFELICE, NELLE SALE DA DOMANI
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“FUTURA”, NON BASTA DIRE JAZZ. MOLTA ATMOSFERA (TROPPA) NEL NUOVO FILM DI LAMBERTO SANFELICE, NELLE SALE DA DOMANI

Mi sbaglierò, ma non sempre la somma dei talenti coinvolti fa bello il film. Prendete “Futura” del 45enne Lamberto Sanfelice, regista che si fece apprezzare nel 2015 con “Cloro” e poi finì sui rotocalchi per un flirt con Charlotte Casiraghi. Nel suo nuovo film, al cinema da giovedì 17 giugno con Adler Entertainment, ci sono due attori apprezzati all’estero, ossia il canadese Niels Schneider, caro a Xavier Dolan, e la cilena transgender Daniela Vega, bravissima in “Una donna fantastica” (più le nostre Matilde Gioli e Aurora Onofri); c’è la fotografia smaltata di Luca Bigazzi; ci sono le raffinate musiche composte da Stefano Di Battista ed Enrico Rava. Eppure “Futura” gira a vuoto, come un’improvvisazione jazz che si perda strada facendo: molti assoli e poca melodia.

Il regista ha confessato di essere partito da un’esperienza personale toccante: un suono di tromba che proveniva dall’interno di un taxi, era il guidatore che si esercitava in attesa di un cliente. Tassista trombettista è anche Louis Perri, il giovane uomo che in “Futura” non se la passa troppo bene. Siamo in una Milano di notte, Louis fa da “chauffeur” a Lucya, una cinica trans sudamericana che smercia droga in modi itineranti. Brutta vita, anche rischiosa e frustrante, tanto più considerando che il tassista, figlio di un mitico sassofonista francese col quale non ha mai fatto pace, vorrebbe tornare a suonare il jazz, a vivere di musica. Mica facile se finisci in quel giro illegale; e intanto Louis ha il suo daffare anche con l’ex moglie Valentina e la figlia adolescente Anita che suona il pianoforte.

Sanfelice conferisce al suo “Futura” un andamento malinconico, da strettoia esistenziale, tra nervose prove musicali, sniffate di cocaina, l’aria “Un bel dì vedremo” da Puccini e la canzoncina “Sarà perché ti amo”, ambienti notturni viziosi, spacciatori di droga senza scrupoli, baracche galleggianti. Il tutto impacchettato in una confezione estetizzante, fatta di sottolineature cromatiche, geometrie ardite, sfocature, ralenti, eccetera. Spira un’aria cosmopolita, tutti gli stranieri parlano l’italiano con un forte accento, a un certo punto si vede anche Rava di spalle e qualcuno coglierà l’omaggio allo scomparso sassofonista Massimo Urbani.

“Siamo finiti in questa città per correre dietro a due fantasmi: tu a tuo padre, io a Maria Callas” filosofeggia Lucya nell’incipit. Un po’ fantasmatico resta anche il film.

Michele Anselmi per Siae.it

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