“FIGLI” NEL RICORDO DI MATTIA TORRE: L’INCUBO SECONDOGENITO. MATCH TRA REALE E SURREALE PER CORTELLESI & MASTANDREA
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“FIGLI” NEL RICORDO DI MATTIA TORRE: L’INCUBO SECONDOGENITO. MATCH TRA REALE E SURREALE PER CORTELLESI & MASTANDREA

La formula è inconsueta ma incontestabile. Sui titoli di testa di “Figli” si trova scritto: “un film di Mattia Torre, regia di Giuseppe Bonito”. Questo perché, lo dico per chi non sapesse, Torre è morto lo scorso 19 luglio, a 47 anni, ucciso da un tumore, dopo aver pensato, scritto, definito il cast e preparato le riprese, appunto, di “Figli”, che lui chiamava “il mio terzo figlio”.

Purtroppo la malattia ha impedito a Torre di girare il film, sicché è toccato a Bonito, già regista di “Pulce non c’è”, di completare il lavoro: rispettando le indicazioni dell’amico e insieme mettendoci del suo.

“Figli” esce in circa 400 copie il 23 gennaio, targato Vision Distribution e Wildside. Probabilmente un velo di malinconia si poserà su questa commedia asprigna e brillante che nasce da un monologo teatrale dello stesso Torre, intitolato “I figli invecchiano”. Il tema è tipico di un certo cinema italiano pensato per trenta-quarantenni, magari una storia del genere l’avrebbero potuta raccontare Francesca Archibugi o Daniele Luchetti, Roan Johnson o Fausto Brizzi; ma Torre, sul piano della scrittura, possedeva una marcia in più, comunque si giudichi il suo stile tra abrasivo e sarcastico, venato di cinismo ma con un sottotesto di palpitante umanità.

Qual è il tema? L’arrivo del secondo figlio: che manda in crisi l’equilibrio già precario di una coppia romana, ceto medio progressista, con effetti gravemente indesiderati. I due sono Sara e Nicola, casa nel quartiere intellettuale di Testaccio, lavori soddisfacenti nel campo della ristorazione, una bambina di sei anni, Anna, che si sente amatissima. Ma Sara si scopre incinta e l’arrivo di Pietro non sarà, appunto, una passeggiata di salute.

Si comincia con un feroce litigio casalingo, di quelli che abbiamo più o meno tutti vissuto, solo che lei, esasperata e depressa, prende la rincorsa e si butta dalla finestra. Tranquilli: accadrà varie volte nel corso di “Figli”, perché il realismo di certe situazioni familiari si mischia ad accensioni e affondi surreali, che spiazzano lo spettatore e alzano il tiro del discorso, in una sorta di buffo catalogo delle giovani famiglie italiane (su sfondi astratti di un bianco lattiginoso), mentre incalzano gli 8 capitoli chiamati a scandire gli eventi.

Il tono, a tratti di impianto teatrale, è leggiadro, scherzoso, da luogo comune riprodotto e irriso, a cercare l’identificazione del pubblico; anche se poi Torre & Bonito allargano il discorso sul piano sociologico, tirando in ballo il potere (egoistico?) degli anziani, il crollo della natalità, lo scarso senso civico di un Paese a pezzi, le trappole fiscali, lo sbriciolarsi delle sicurezze un tempo garantite, pure l’esausta fatuità delle feste.

Naturalmente “Figli” vuol far divertire, e quindi si sorride ascoltando la scocciata Anna che confessa ai genitori: “C’era proprio bisogno di fare un altro figlio? Non potevate lasciarlo in ospedale? Stavamo tanto bene in tre”. C’è anche il tormentone che azzera il pianto straziante del neonato sostituendolo con la Sonata n.8 per pianoforte di Beethoven, detta la “Patetica”; e sono buffi i due sconsolati genitori che vanno a una festa di Carnevale travestiti lui da “Arancia meccanica” e lei da “Kill Bill”.

Il rischio, lo dico sapendo di incorrere nelle bacchettate degli estatici, è che trovate e trovatine pure spiritose, come l’apparizione di Oscar Farinetti, sfaldino un po’ l’impianto drammaturgico del film, intaccando quella complessità/profondità sentimentale che pure il copione di Torre custodisce e la regia di Bonito asseconda. Per la serie: i figli danno un senso alla vita e insieme la consumano.

S’intende che Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, forse pescando nel proprio vissuto di genitori, fanno di Sara e Nicola due personaggi interessanti: stereotipati e insieme credibili; mentre il contesto corale è fitto di partecipazioni in amicizia nel ricordo di Torre (da Valerio Aprea a Paolo Calabresi, da Andrea Sartoretti a Massimo De Lorenzo).

La scena più rivelatrice della condizione genitoriale oggi? L’amico giornalista di Nicola, incarnato da Stefano Fresi, preso a spadate di gomma dai due figli, incessantemente, per strada, senza che lui abbia più la forza neanche di reagire.

La recensione di Michele Anselmi per SIAE

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