“DIAVOLI” DELLA FINANZA ALL’OPERA: E BORGHI IMPARA SUBITO STILE FORSENNATO (DA MAL DI TESTA) PER LA SERIE DI SKY
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“DIAVOLI” DELLA FINANZA ALL’OPERA: E BORGHI IMPARA SUBITO STILE FORSENNATO (DA MAL DI TESTA) PER LA SERIE DI SKY

Non ho capito bene perché Alessandro Borghi, nella versione doppiata in italiano, abbia acquisito la voce ultraprofessionale, da film hollywoodiano, di Andrea Mete. Sarà anche per questo che il bravo attore di “Sulla mia pelle” e “Il primo re” raccomanda ai suoi fan, nelle interviste, di vedere la versione in lingua originale, dove parla inglese, in  presa diretta, sia pure con italico accento. In ogni caso Massimo Ruggero, il personaggio barbuto che Borghi interpreta in “Diavoli”, la serie in 10 puntate partita su Sky Atlantic venerdì 17 aprile, è di quelli destinati un po’ a dividere il pubblico. Squalo o vendicatore? Vittima o carnefice? Vai a saperlo, probabilmente un discreto diavoletto della City, al pari del suo capo, dentro l’immaginaria New York London Investment Bank.

 Chi ha visto le prime due puntate, sa che il brillante/glaciale Ruggero in pochi anni è diventato l’ambizioso “head of trading” della banca con fantastica sede londinese. Siamo nel 2011, quando l’Occidente si misurava ancora con la crisi di tre anni prima legata alla bolla dei mutui “subprime” e nessuno poteva neppure immaginare il disastro coronavirus. Ruggero è in lizza per diventare vice amministratore delegato della società, avendo tutto dalla sua parte: gioventù, grinta, salute, ferocia, audacia; se non fosse per l’ex moglie, una tossica ridottasi a fare l’escort, quindi una presenza ingombrante nell’esistenza dello scalpitante manager in carriera.

Il suo boss Dominic Morgan gli comunica infatti che il posto ambito toccherà a un collega più anziano, ma il concorrente si sfracella a terra dopo un salto di decine di metri e tutti subito a parlare di suicidio. Ma perché l’avrebbe fatto? Qualcosa non torna  nella ricostruzione ufficiale; sicché Ruggero, con il suo staff, più un investigatore nero e alcuni hacker, comincia una sua propria indagine sulla morte sospetta, alquanto rischiosa. Venerdì 24 aprile le prossime due puntate per saperne di più.

Tratta da un romanzo di Guido Maria Brera, sì il manager che gira sempre in camicia bianca e cravatta nera senza giacca, pure al suo matrimonio, la serie sfodera un montaggio frenetico, adrenalinico, nessuna sequenza lunga più di cinque secondi, un'atmosfera gasata, assai effettata, punti di vista sghembi, dissolvenze a schiaffo, colori naturalmente lividi in contesti ipertecnologici, slang finanziario, "ralenti" francamente inutili, diciamo un stile tambureggiante un po' alla maniera di Oliver Stone e Martin Scorsese con una punta della vecchia Mtv. Producono Lux Vide e Sky, come a dire la tradizione Rai che sposa la serialità pay, con capitali britannici e francesi in aggiunta.

A me, sarà una questione di età, i primi due episodi di “Diavoli” hanno dato un discreto mal di testa, può darsi che via via l’intorcinata vicenda thriller-finanziaria si sciolga un po’, nella speranza che i due registi ingaggiati, Nick Hurran e Jan Michelini, si diano una calmata.

Nel passaggio dal romanzo al piccolo schermo, “I diavoli” hanno perso la “i”, diventando semplicemente “Diavoli”. E naturalmente c’è una frase cruciale che spiega la metafora: “Il più grande inganno del diavolo non è farci credere che non esista, ma lusingarci per non farci vedere che il diavolo siamo noi”. Insomma Ruggero, smaltita la batosta e recuperata la lucidità, non tarderà ad accorgersi che deve farsi egli stesso demonio per ribattere colpo su colpo ai colleghi. Brera li vede come moderni “monaci guerrieri della finanza”, poco interessati alla cocaina, ai vizi, al sesso e allo sfarzo, anzi tutti concentrati su sé stessi, sulla gestione di un potere pervasivo tendente a manipolare la realtà e condizionare le vite dei comuni mortali. 

Nel cast ci sono anche Patrick Demsey e Kasia Smutniak, che incarnano il Ceo senza scrupoli ma in fondo paterno e la moglie infelice forse innamorata dell’italiano. Avrete capito che, tra riferimenti allo scandalo sessuale che azzoppò Dominique Strauss-Kahn e agli interessi libici, tutti nella serie hanno volti tirati, vivono nel lusso senza farci caso, complottano e mentono, guidano Ferrari da sballo e ordiscono vendette. Chi ama il genere avrà di che appassionarsi.  

Michele Anselmi per SIAE

 

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