“CI ABBIAMO PROVATO”, GORBACIOV (88) SI CONFIDA CON HERZOG. SOLO PER 4 GIORNI IN SALA IL BEL DOCUMENTARIO-RITRATTO
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“CI ABBIAMO PROVATO”, GORBACIOV (88) SI CONFIDA CON HERZOG. SOLO PER 4 GIORNI IN SALA IL BEL DOCUMENTARIO-RITRATTO

La sequenza dei funerali ravvicinati, tutti uguali e solenni, rituali e ridicoli, è forse la cosa più bella di “Herzog incontra Gorbaciov”. Pensate. Il 9 febbraio 1982 muore Breznev; il 9 febbraio 1984 muore Andropov; il 10 marzo 1985 muore Černenko. Tre leader in tre anni, tutti e tre in pessima salute, neanche tanto svegli di testa. L’11 marzo 1985, solo un giorno dopo la scomparsa del terzo, il 54enne Mikhail Gorbaciov diventa segretario del Pcus e quindi capo dell’Unione sovietica. Alla Casa Bianca brindano: “È  un osso duro, ma almeno adesso sappiamo con chi trattare”.

“Herzog incontra Gorbaciov” arriva nelle sale soltanto per quattro giorni, dal 19 al 22 gennaio, per iniziativa di I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection. Trattasi di documentario-ritratto, di quelli che oggi registi famosi fanno volentieri tra un film e l’altro, penso a Oliver Stone con Putin, a Emir Kusturica con Pepe Mujica, a Wim Wenders con papa Francesco. Ma questo di Herzog, il regista tedesco di film folleggianti come “Aguirre furore di Dio” e “Fitzcarraldo”, è forse il più riuscito del mazzo.  Herzog, classe 1942, qui è coadiuvato dal produttore e documentarista André Singer, e tuttavia è lui a condurre l’intervista con l’88enne Gorbaciov, ormai ingrassato, affievolito dal diabete, immalinconito dalla morte della moglie Raissa, a tratti quasi irriconoscibile se non fosse per la celebre “voglia” in testa.

Però che lucidità conserva l’uomo della “perestrojka” e della “glasnost”. Gorbaciov,  di sicuro uno degli uomini più potenti del pianeta tra il 1985 e il 1991, appare oggi come un personaggio tragico, forse sconfitto dagli eventi, chiuso in un’agra solitudine, eppure Herzog riesce, strada facendo, dopo un incipit troppo cerimonioso, a comporre un ritratto assai interessante, a suo modo toccante.

“Nulla mi aspetto dalla vita  e nulla rimpiango del passato” scandisce in sottofinale il vecchio Gorbaciov, recitando una lungo componimento del poeta russo Lermontov. Herzog, che intervista con affettuoso rispetto ma senza negarsi qualche domanda scomoda, gli ha appena chiesto cosa scriverebbe sulla sua tomba. Gorbaciov risponde, prendendo in prestito l’epitaffio a un amico: “Ci abbiamo provato”.

Il documentario è una sorta di biografia umana e politica: si parte dall’oggi (cioè dal 2018) per risalire, attraverso l’utilizzo di fotografie e spezzoni rari, spesso in bianco e nero, alla gioventù tra Privolnoe e Stavropol del futuro Premio Nobel per la pace. Il bavarese Herzog, sulle prime, è sorpreso dalle parole gentili che il russo Gorbaciov dedica ai pasticcieri tedeschi della sua infanzia; e da lì si dipana il confronto tra i due, a tratti sornione, tra esitazioni e affondi, memorie e amarezze, mentre altre testimonianze illustri completano il quadro.

L’infanzia contadina, gli studi a Mosca, la gavetta nel Pcus, l’incontro con Raissa, l’ascesa al potere, la “democratizzazione” dell’Unione, le riforme economiche, il disastro  di Chernobyl, il trattato con Reagan per la riduzione degli arsenali nucleari, il crollo del Muro di Berlino, lo strano colpo di Stato dell’agosto 1991, l’ascesa dell’odiato Eltsin, infine le dimissioni quasi in diretta tv nel Natale sempre del 1991. “A tutt’oggi mi pento di aver firmato la dissoluzione dell’Urss” confessa Gorbaciov, quasi a dirci che avrebbe potuto combattere, opporsi, resistere al corso, forse ineluttabile, di quella storia.         

Il risultato è un film che suona quasi come un testamento politico, quindi parziale, con una punto di vista preciso, quello del comunista Gorbaciov; ma insieme, grazie alle domande e alle notazioni di Herzog, affiora il lato privato di quest’uomo unico, carismatico e triste, così stimato in Occidente, così detestato in patria.  

La recensione di Michele Anselmi per SIAE

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