“THE MAURITANIAN”, COME FINIRE NELL'INCUBO DI GUANTÁNAMO JODIE FOSTER FA L’AVVOCATA DEMOCRATICA, LA STORIA È VERA
CondividiShare this article Google+ Facebook twitter Email

“THE MAURITANIAN”, COME FINIRE NELL'INCUBO DI GUANTÁNAMO JODIE FOSTER FA L’AVVOCATA DEMOCRATICA, LA STORIA È VERA

La famigerata “dottrina Rumsfeld”, dal cognome del segretario alla Difesa americano voluto da Bush jr, autorizzò dopo l’11 settembre l’uso indiscriminato di “tecniche aggressive di interrogatorio”, di fatto torture fisiche e psicologiche, che pesano ancora oggi sulla coscienza degli Stati Uniti. Quelle sevizie furono eseguite un po’ dovunque: nelle prigioni di Abu Ghraib e Guantánamo, oltre che in molti altri centri di prigionia all’estero, d’accordo con i più diversi governi nazionali.

L’argomento non è nuovo per il cinema di denuncia, penso a titoli come “Rendition - Detenzione illegale” o “The Report”, e purtroppo bisogna riconoscere che quella pratica inaudita, politicamente teorizzata e negata a fasi alterne, coinvolse in parte anche le due amministrazioni di Barack Obama. Come ci ricorda nell’epilogo il film “The Mauritanian”, frutto di una coproduzione Usa-Gb, dal 3 giugno programmato sulla piattaforma Amazon Prime Video. L’ha diretto lo scozzese Kevin MacDonald, il regista di “L’ultimo re di Scozia”, partendo da una storia, vera, anzi verissima: l’inferno vissuto da Mohamedou Ould Slahi per quindici lunghi anni, dodici dei quali trascorsi nella prigione gestita dagli americani a Cuba (il libro, edito in Italia da Piemme, si chiama appunto “12 anni a Guantánamo”).

Certo Slahi fu assai sfortunato. Nei primi anni Novanta addestrato per combattere i russi in Afghanistan, salvo poi emigrare in Germania e Canada, il giovanotto africano ricevette una chiamata del cugino terrorista partita dal telefono satellitare di Osama bin Laden. Naturalmente tanto bastò, pochi mesi dopo la strage delle Torri Gemelle, per farlo arrestare dalla polizia durante un matrimonio nella sua Mauritania e “inoltrarlo” in vari luoghi di detenzione, fino all’arrivo a Cuba, nel 2002. L’accusa a carico? Aver reclutato i dirottatori di Al Qaeda, con tutto ciò che ne era seguito. Solo che mancavano le prove, sicché gli inquisitori statunitensi, per estorcergli una confessione, lo sottoposero a vessazioni di ogni tipo. Finché il caso non finì, “pro-bono”, nelle mani di un’avvocata di Albuquerque, Nancy Hollander, decisa a difendere l’imputato per far luce sulla vicenda. Hollander, sullo schermo, ha la solita grinta e bella faccia non artefatta della 58enne Jodie Foster, per l’occasione “invecchiata” grazie a una parrucca di capelli bianco-grigi.

Il film, lungo 130 minuti, alterna flashback, ricordi, depistaggi, allucinazioni, situazioni e testimonianze da “legal thriller” in una sorta di andirivieni temporale utile a mettere a fuoco il meccanismo coercitivo che portò quel poveraccio a passare tutti quegli anni a Guantánamo, nonostante una prima vittoria processuale ottenuta nel 2009. Solo nel 2016 Slahi fu scarcerato; sposato poi con un’americana e padre di una bambina, lo vediamo nei titoli di coda mentre intona sorridendo “The Man in Me” di Bob Dylan. Nonostante tutto l’uomo, che fu definito “il Forrest Gump di Al Qaeda” perché risultava “dappertutto”, ha fatto pace con gli Stati Uniti.

“The Mauritanian” non sfodera particolari qualità di stile, ogni tanto suona forse un po’ declamatorio, ma va bene dritto al sodo e porta lo spettatore dentro quell’incubo a occhi aperti. Ci sono gli americani diabolici e torturatori che demoliscono il concetto di “habeas corpus”, ma c’è anche l’integerrimo procuratore militare, incarnato da Benedict Cumberbatch, pure coproduttore, che strada facendo si ritrae di fronte all’ignominia di Stato.

Il più bravo in campo è Tahar Rahim, l’attore franco-algerino che fu “Il Profeta” di Jacques Audiard: recita in tre lingue nella versione originale, conferendo al suo personaggio, appunto Slahi, il giusto mix di ambiguità e compassione, di smarrimento e dignità. Il tutto è stato ricostruito in Sudafrica.

PS. Ricorda amaramente un cartello sui titoli di coda che su 779 detenuti negli anni a Guantánamo, spesso senza prove, solo 8 sono stati condannati, e per 3 di essi la vicenda è ancora aperta causa ricorsi. Il carcere non è mai stato smantellato.

Michele Anselmi per Siae.it

Related